Noi

Seduti sull’orlo della notte
come perle abbandonate tra il cielo e il mare,
schiacciati dal peso della notte
costruivamo barche di sogni
da spingere alla deriva
nel filo del tempo e vederle
infine schiantasi
contro silenziose albe.

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Rose

Sono chiuso in una torre di cristallo.
E cosa vedi da questa torre di cristallo?
Vedo il mare.Tutti vedono il mare dalla torre di cristallo perchè
Tutti portano dentro un mare silenzioso di cocci di bottiglia.
Poi cosa vedi?
Vedo le ombre degli alberi agitarsi sul pergolato.
Le ombre? E non vedi anche gli alberi?
No. Non c’è sole per vederli. So che sono spogli
so che sono desiderosi di sapere.
E poi? E poi cosa vedi? Cosa vedi? Cosa vedi dalla torre?
Vedo annegare i sogni in rigagnoli di assurdo.
Sono sogni fragili, delicati. Sembrano rose. Rosse.
Rosso sangue.

La superstizione dell’orizzonte

Notti passate ad accorgersi del volo di barche lontane. Quelle Notti in cui il mare si mischia con il cielo, l’orizzonte diviene solo una superstizione e L’Assoluto una certezza. Tutto, allora, sembra chiaro, possibile, inafferrabile.
Erano anni che G. non riusciva più a gustare il sapore del silenzio, degli sguardi che si smarriscono a rincorrere considerazioni inattuali. Erano secoli che non si lasciava coccolare dal suono dei sorrisi da immaginare, da scoprire, dietro l’ombra lunga dell’attesa. Aveva quasi dimenticato cosa significasse essere amato.
“Le barche, là in fondo, volano, vedi?!”
“Sì.” “Non c’è altra spiegazione. Volano.”
Scoppio di risa. I cocci di un delirio senza uguali si spargono ovunque. E’ il Destino che si affaccia tra le stelle e osserva compiaciuto due anime che si attorcigliano alla propria felicità.
La felicità. Un concetto di cui avere sempre paura ma a cui non si può rinunciare se non per stupidità. E loro, A. e G., non avevano fatto come tutti gli altri, là fuori, che strisciano sulle loro strade illuminate artificialmente, spogliati di senso, completamente agghindati e perfetti, ciechi e distratti, passivi. Mascherati come fosse sempre carnevale. Un carnevale di niente.
Loro due no, non avevano potuto a lungo farsi trascinare dalle illusioni. Avevano deciso di assaggiarsi fino in fondo. Di mordersi per lasciarsi segni indelebili. Avevano scelto di essere felici, contro tutti ma senza rinfacciarlo. Senza bisogno di rinfacciarlo. Bastavano a se stessi e non erano mai soli. Entrambi sapevano che ogni istante era un significato da decifrare, che arrivava da lontano, da un Eterno che travalica l’Adesso.
“Dove vai?”
“Esco. Pensavo di uscire.”
“Sei sicura?”
Le mattine avevano un retrogusto di dolcezza. Miele e arancio, disturbati da gocce di sale. I gabbiani volteggiavano nell’aria e s’erano abituati all’idea di volare ancora prima di nascere. G. e A. gli assomigliavano. Erano un po’ così anche loro, sempre in movimento, con la testa, con il cuore, con le gambe. Arrivavano e ripartivano subito dopo, in direzione ostinata e contraria. Ricordavano una musica scomposta, discordante, singhiozzata ma indimenticabile.
La sera era l’incerto a soppiantare la quiete.
” E se tutto questo si arrestasse di colpo? A volte ci penso.”
” Hai dubbi? Non sei convinto?”
” Non hai capito. Ti mancano ancora le sottigliezze della lingua”
Sorrisi velati al tramonto per aspettare ancora le notti senza fine, le stelle che ascoltano i discorsi e spiano le domande. Nel buio, ogni sensazione veniva amplificata. Le montagne diventavano cose vive, le rocce sul mare respiravano. Respiravano veramente. E loro due s’affacciavano di nuovo sul futuro. Un futuro da ricamare, fatto di progetti da accatastare in file ordinate tra le “questioni pratiche”.
“Il lavandino. Va bene… Il lavandino ormai è un’ ossessione. Te lo metto!”
“Con calma, non c’è fretta.”
Sorrisi infiniti.
Il tempo s’era invertito. Il sole non aveva più il suo posto prediletto tra gli astri: ora c’era la luna, che infondo c’era sempre stata. Bisognava solo dare il nome giusto alle cose che si sono sempre sapute. E non è mai semplice.

Ermetica.

Sotto cieli tersi, pieni d’abbandono, hanno parlato di te ma tu non hai ascoltato. Hai voltato il viso, lentamente, schiacciando con gli occhi orizzonti sorridenti. Sei andato smarrendoti entro insenature di contraddizioni, giochi di luce ipnotici, maledizioni sospese in gola, fino a ritrovarti tra l’essenza della negazione. Ora, dopo secoli di paura, hai il volto affondato nella tranquillità di un cuscino. Hai una donna, accanto a te, che accarezza dolcemente le tue insicurezze, la tua sensibilità che travalica il reale.
Di cosa manchi?
Perché di qualcosa manchi. I tuoi occhi trasparenti vivificano l’aria intorno, la rendono carica di abissi in cui sarebbe folle immergersi troppo presto. La paura prenderebbe la gola, il respiro si farebbe affannoso ed irregolare. L’anima evaporerebbe. Ogni emozione avrebbe il retrogusto amaro del terrore. Eppure è necessario farlo. Farlo fino in fondo.
Di cosa manchi?
Sei sdraiato. Sorridi alla notte, reggi tra le mani un libro. Sei rintanato dentro la bellezza, sotto un cielo color fragola scura. Pioverà forse. Per dispetto, per farti cambiare umore. Per permettere all’acqua di toccarti. Lo accetti.
Non hai alternativa? No. E così pieghi la testa e ti lasci colare via, tra le onde del tuo destino. L’abbandono può avere screziature instabili e meravigliose. L’hai scoperto infine! E in più, non troppo tardi così che tu possa ancora assaggiare la tua rarefatta pace senza pentimenti, senza lucchetti. Senza guardarti sempre le spalle.
Ma di cosa manchi allora?
Non può essere d’innocenza, né di distrazione e tanto meno d’incoerenza. Non manchi certo di dolore perché lo trasudi con ogni tuo gesto. Non hai bisogno di amore: Lei è lì accanto a te, guardala ancora. E sopra di te hai l’Immenso. Non sei solo. A questo scandalo del galleggiare che tutti ignorano tu hai opposto resistenza. La tua piccola rivoluzione del Senso ti ha risucchiato entro nuovi baratri di grandezza.
E continui tuttavia a mancare di qualche cosa! Non si tratta, forse, d’imperfezione? Di necessità?
Questa tua mancanza apre Significati, distende pieghe di comprensione. Assomiglia a quel tuo gesto semplice, fatto la mattina, o la notte, quando ti accanisci sul letto per appianare le grinze del lenzuolo. Il vostro lenzuolo. Ti piace tesare le coperte, renderle omogenee. E lo fai con garbo, delicatezza, senza troppa forza.
Di cosa manchi?
Suona il telefono. Rispondi. Il tuo viso cambia, si scioglie in rabbia. La controlli, ma solo perché lei ti sta guardando, lì al tuo fianco, e ti chiede di perdonare il modo in cui sei venuto al mondo. Lei è dolce, sai, con te, come non lo era mai stata con nessun altro. Ma tu eludi lo sguardo ( e lo fai raramente) adduci ragioni. L’accusi di non sapere abbastanza. E lei si piega, s’arriccia, si sottomette all’ impossibilità di aiutarti.
L’amore sembra non amare la speculazione. Sembra…sembra preferisca l’irrazionale tuffo nel buio luminoso di una strada in riva all’ Oceano.

Samir Khedija: enfant.*

L’aria satura del canto delle cicale avvolgeva l’uliveto sopra la collina, ai piedi della quale stava rannicchiato il mare, silenzioso ed immobile. Lui, così espanso ed immenso nella sua finitudine, s’andava a schiantare, liquido e compatto, contro il cielo di cui bagnava il profilo. Fu allora, sul bordo della sera, che dalle sue onde sottili affiorò ad un tratto una mano, né bianca né nera, fragile e minuta come fosse quella di un bambino, la quale cominciò subito, da piccola qual’era, a divenire più grande. S’allungò, si dilatò in ogni senso, perse i contorni, la sua forma, ed infine si ramificò. Cominciò così ad assomigliare ad un albero dai rami giovani, scossi dal peso del vento, e la si vide lambire l’invisibile sottigliezza rintanata nella luce del crepuscolo.
La notte venne di schianto, con il suo carico di stelle messe lì dall’Architetto del tutto, in file precise, secondo ragione, e avvolse la mano dai lunghi rami, ormai robusti e pieni di piccole gemme verdi. Nel buio, la mano-albero crebbe velocemente, arrivò a toccare la collina ove gli ulivi riposavano. Li scosse, s’avvinghiò loro con affetto, raccontò, ma senza parole, la sua storia. Allora gli alberi, udito il dolore, indicarono in coro la strada verso la città, ed annusarono la vendetta. Ebbero timore e pietà insieme per il compiersi del disegno. I rami della mano-albero s’avvilupparono subito, determinati, alla polvere del sentiero, colarono veloci lungo la collina, s’andarono ad appoggiare sui tetti delle case e vegliarono nel silenzio l’ indifferenza sterile del sonno altrui. Rimasero immobili, così, in una vertigine a metà, per qualche tempo, aspettando che il sole decidesse d’ incominciare ad arrampicarsi tra le nuvole.
L’alba in divenire accolse il ricorso della mano-albero e concesse la sua luce affinché diventasse come il proiettile per la rivoltella. La mano albero, guidata dal Giorno, lasciò quindi che i suoi rami abbandonassero i tetti, strisciando giù per i muri, e raggiungessero le porte delle case. Bussarono allora forte contro il legno degli ingressi, sostenuti dal fischio della bufera e dal silenzio degli uccelli, spettatori muti del canto del mare.
Nelle case, gli abitanti si stropicciarono con forza gli occhi, e sentiti quei tonfi grevi ed insistenti, che turbavano l’ora della colazione, andarono ad aprire all’ospite inatteso.
Si spalancarono infine le porte ed i rami, ormai pieni di rigogliose foglie verde scuro, avvolsero, senza più nessun indugio, i colli grassi dei villani. Li soffocarono, uno ad uno, avendo cura d’infilare nelle loro bocche, gonfie di urla secche ed abortite, una gemma giovane e brillante come ricordo della vita che ritorna e si riprende la forza e la linfa che invano i miserabili tentarono di rubare.Era l’ora del tramonto e venne il silenzio. Era in abito di pace, ed era un silenzio giusto, screziato di futuro, di orizzonti frantumati su cieli tersi ed immensi, in cui perdersi senza paura d’affondare in mari trasformati in cimiteri o soffocare in terre divenute tombe. Era un silenzio che come una Ninna nanna ripeteva dolcemente le parole del Ricordo:” Non dimenticare! Ma cammina leggero sul filo dell’abbandono, senza paura… Un giorno.. Un giorno ancora da venire ti troveremo sotto gli ulivi e ti ringrazieremo.”

* In ricordo di Samir Khedija, morto nel campo profughi di Calais( Francia) nel 2015.

جبريل

Arenati sulla spiaggia, al confine tra l’eterno e il forse, controllati dall’occhio pallido della notte, parlavano del niente d’ogni cosa. A volte si perdevano tra labirinti di silenzio che lui, G., non capiva e di cui, in fondo, aveva paura. Le chiedeva spesso cosa pensasse, cosa provasse quando vedeva gli occhi di lei adagiarsi sul pelo del mare e seguire il dondolio costante delle onde. Mara allora girava  piano il suo viso e accompagnava il suo sguardo in quello di G. Non rispondeva. Sorrideva, abbassava la fronte e lasciava ricadere la sua anima sull’imperfezione sottile della spiaggia. Ne coglieva i cristalli di sale e sospendeva il respiro. Sapeva di non dover dare risposta. Era lucida e aveva capito che l’unico modo per afferrare la bellezza è incatenarla al presente, all’istante. Destituire il futuro, costringere alla ritirata le truppe dell’aspettativa assassinandole a colpi di ragione, di logica. Erano opposti, lei e G., in tutto. Interessi, esperienze, classe sociale, sogni, credenze ma lei l’ aveva scelto tra tanti e voleva lasciarsi contaminare da lui.
Mara, intelligente, aveva imprigionato fin dal primo momento in cui incontrò G. ogni slancio istintuale. Aveva tarpato le ali al desiderio, al progetto, al Domani per non spezzare quel fragile fiore che era G. Ma si sa che l’animo ribelle studia costantemente, in clandestinità, il modo per far esplodere la rivolta ed in Mara, sovversiva senza saperlo, cresceva quindi il bisogno d’ immaginare il ragazzo nel suo scorrere quotidiano. E quel silenzio, che lei ostentava ogni tanto con lui, era il suono della repressione destinata a fallire.
G. era un pianeta lontano su cui era approdata dopo un lungo viaggio e in cui era stato facile sdoppiarsi per rincorrersi ai margini della strade. Si era inseguita, Mara, correndosi dietro intorno a palazzi di senso, fino a che un giorno, verso sera, aveva finito per scontrarsi con se stessa all’ angolo creato da due facciate in cemento di un’ alta torre. Si trovò allora faccia a faccia con una sconosciuta e si stupì di quanto bella fosse, di quanto le assomigliasse. La vedeva felice ma non la conosceva, l’ammirava e s’incantava a fissare quel suo sguardo screziato dal Sempre. La invidiava e per l’invidia che provava un giorno la rapì, la fece a pezzi, e la ingoiò, costringendola a vivere dentro di sé. Mara digerì così la rivolta e diventò incapace di aspettare, di godere dell’Oggi, di piegarsi all’assenza. Voleva l’assoluto.
Una notte, verso l’alba, lei e G. erano insieme. Ridevano. Ridevano e giocavano senza malizia. Ad un tratto, una piccola frase pronunciata da G., liberata nella notte con leggerezza ed ingenuità, fece esplodere l’intrattenibile destino e Mara spezzò finalmente il silenzio. Quel religioso silenzio che teneva sospeso ed in tensione il filo del sogno. Lei trafisse l’incanto con poche parole e lasciò scivolare nell’ombra la speranza. Mara impugnò una forbice di frasi e tagliò il giorno, lo sbriciolò al di là del confine, al di là dell’attesa. G., travolto dal fiume lento di parole dette sottovoce, ammirò sconcertato svanire l’inizio in mille frammenti di fine ma, incapace per natura d’ingannare, non provò nemmeno a mentire e quindi lasciò che le briciole di quel Noi appena nato si disperdessero nel mare. Poi, finita la sottile bufera, presero a camminare piano, fianco a fianco, sostenendo le loro anime di suicidati della notte, con le teste basse e gli occhi rossi. Era quasi mattina.
G. guardava Mara, ora muta, trascinarglisi vicino e la sentiva vibrare d’angoscia. Decise allora di Raccontare, per regalare a Mara una giustificazione, una certezza che sollevasse l’animo di lei dal peso del dolore. Non disse troppe parole, narrò soltanto una storia. La sua storia. Intraducibile, lontana, disperata. Ne parlava come fosse stata quella di un altro. Mara, ascoltò senza interruzioni, parole dette in una lingua che non avrebbe dovuto capire ma che, come per incanto, comprendeva totalmente. Quando ricadde il silenzio, Mara seppe che esiste un uomo al mondo capace di racchiudere in sé l’orrore ed il sublime insieme, un uomo che sta al di là del bene e del male.
Capì d’averlo perduto quando lui le disse di non restare ancora sola, di superarlo. Sentì allora un vuoto crescerle attorno e soffocarla. Non l’avrebbe mai più rivisto. Per scelta? No, per orgoglio. E non si voltò nemmeno quando lui le disse, rincorrendola, di cercarlo e la supplicò di piegarsi al presente, alla certezza dell’assenza. Quando la pregò, piangendo, di trasformarlo in quello che più le piaceva ma senza pretendere la sicurezza della ripetizione dell’istante.
Ripetizione dell’istante? A Mara rimase impressa questa sintesi di ciò che segnava la frontiera tra lei e lui, ma era troppo tardi per tornare indietro, per cedere, per lasciarsi sconfiggere. Così, varcò, senza problemi, l’alba, passeggiando piano, in riva al destino e si adagiò sulla consapevolezza della mancanza.
Lo amava davvero e continuò, senza fine, a cercarlo nei volti del mondo, ad aspettarlo, ogni notte, sull’orlo del domani sperando che ritornasse da lei.

Giro di Valzer. O storia di un certo inconsistente

Seduto sul divano, di una casa non sua, imbracciava lo strumento che si era trascinato dietro per molti chilometri e lo pizzicava con attenzione, sembrava coccolarlo come avrebbe fatto con un vecchio guerriero. Era mattina. Loro, i padroni, lo guardavano con curiosità celata dietro a chiacchiere di circostanza, sorseggiando un caffè robusto. Quell’essere, appollaiato su cuscini sfatti e logori, in un non-luogo che non gli apparteneva, muto e triste, era accartocciato nell’inconsistenza della sua natura. Ignaro, suonava l’inconsapevolezza del proprio animo. I suoi occhi bucavano il vuoto intorno, attraversavano le parole, erano ciechi all’emozione e ruotavano smarriti senza meta per la stanza, rimbalzando contro punti immaginari e qualche volta anche sulle dita che svelte s’agitavano nel premere le corde dello strumento. Centellinava le parole, il musicista di passaggio, come se fosse geloso di tradire la sua maschera che lentamente, negli anni, si era cucito addosso e non riusciva più a togliere. La ostentava,anzi, la celebrava con quel suo mutismo, con quella sua alterigia che sfiorava il ridicolo.
N. era il nome con cui 27 anni prima l’avevano battezzato ma avrebbero potuto e dovuto, forse, chiamarlo Edipo perché del personaggio tragico condivideva egli la plasticità dell’essere, la passività con cui subiva l’Alterità, le circostanze, il destino. Non la tragicità: quella non appartenne mai nemmeno all’ Edipo vivente, a cui il tragico sfuggì, scivolandogli costantemente dalle mani. Il Tragico, si sa, rimase per lui sempre un passo avanti. Il triste Re lo rincorse, si sforzò in vita d’afferrarlo, di farlo suo, ma con le dita riuscì a palpare solo il gusto del subire, del dogma senza sostanza, fino alla fine, fino alla morte.
Morte che per il finto eroe segnò, tracciò, finalmente, quel taglio netto che la vita poté sfruttare per inoculare in lui il sofferto Tragico, siero micidiale che lo liberò dalla propria intangibilità. Nel fasullo eroe sorse, solo quando fu morente,  la pesantezza, la profondità, l’abisso del pensiero che durante il quotidiano esistere gli fu negato toccare e possedere e, liberato, lo Spirito cominciò a vagare tra emozioni che prima gli erano inaccessibili. Amò, allora, ma senza colpe, sé stesso e l’Altro. Morendo-Si fu raggiunto dall’alba del sogno e s’infranse il cerchio in cui aveva rinchiuso la propria bellezza, la corona tonda con cui si era cinto, senza titolo, il capo.
Morire si può anche in vita. Ogni notte lo si può fare abbandonandosi al sogno ed al desiderio privo di corde appese al collo, ma N., come Edipo, non lo sapeva fare. Almeno non in quel frangente della sua vita ove era ancora troppo interessato a darsi un tono, a proteggersi dalla Bellezza, per poter tagliare la maschera con forbici dorate e sgusciare fuori dai propri limiti abbandonandosi alle correnti del desiderio.  K., smarrita nella mollezza di N., si chiedeva dentro di sé, come avrebbe  suonato la sua musica quel ragazzino se  fosse stato capace d’evadere dal proprio Io. Sarebbe stata nuova, di sicuro, misterica, affascinante. Quel suo strumento avrebbe raccontato fiabe terribili, dato vita a mostri incantevoli, irresistibili, a sirene a cui piegare la propria anima, invece di restare a galleggiare sul già detto, sulla banalità resa sterile dalla tecnica. Se avesse saputo quanto in alto, quelle note, avrebbero potuto andare se solo lui non gli avesse legato le ali ,con nodi stretti d’acciaio, forse avrebbe infranto l’ortodossia del copione. Quali e quanti orizzonti colorati avrebbe saputo cavalcare la melodia che sarebbe uscita da  quel corpo ora vuoto, se solo  non fosse stata imbrigliata nel dovere.?
K., sognava gli altri, N. sognava sé stesso e non era capace di uscire da quell’incubo chiamato Io. Ecco dove abitava, nascosta nel sogno, l’incommensurabile distanza che separò gli animi dei due ragazzi, i quali, solitari, respirarono per qualche ora la stessa aria chiusi in una stanza d’altri ancora, una mattina di giugno, come tante ce ne sono. Si sorrisero talvolta, per circostanza lui, per compassione lei e non s’incontrarono mai. Viaggiarono sempre su lunghezze differenti, su treni poggiati su binari fluidi, gocciolanti differenze, lontananze, delusioni.
Edipo-N.,schiacciato dalla vita, si dimostrava pavido di fronte alla scoperta, alla verità, alla novità, alla diversità. Si era privato degli occhi per non comunicare, li aveva resi vetri, insensibili al mondo, per paura, per disperazione. Non gli restava, se voleva sopravvivere, che istituzionalizzarsi, diventare un surrogato d’Uomo, un progetto musicale. S’incastrò quindi in un ruolo, in una grande recita, sfruttando le note del suo strumento per liberarsi dall’incapacità sperando segretamente che nessuno s’accorgesse mai di quest’inganno, di tale bugia.
K. lo sbriciolò, con un solo tocco. Lei aveva scoperto che non N., infatti, meritava ammirazione, bensì lo strumento che tra le sue mani ridava corpo al nulla. Non quell’uomo, inabile a viversi, era tragico, ma le corde di quel mezzo che solo poteva dargli un’anima.
Se perdesse, pensava la ragazza, ora, adesso, l’uso delle dita, crollerebbe come un castello di cenere alla prima bava di vento. Di lui, dell’N.-Uomo, nulla resterebbe in piedi, verrebbe disperso nella mediocrità del mondo.
N., privo di sostanza, nebuloso e leggero come l’aria, aleggiava sulla curiosità dei presenti che avevano deciso di accoglierlo, ed ospitarlo per una notte, a dormire nella loro esplosiva umanità tutt’altro che normale, affascinati dalla musica che il ragazzo sapeva creare.
La freddezza con cui lui trafficava con la propria presenza era stupefacente; riusciva a recitare il suo ruolo inconsciamente e così bene che pochi avrebbero saputo intravedere dietro all’attore ed al copione il noumeno di un Uomo,l’essenza prima di quel corpo immaturo, di quel viso comune, classico, senza eccezionalità alcuna. K. sola vi era riuscita.
Lei, così fragile e anomala, pallida e allegra, fissava l’ospite, lo trapassava, lo bucava e strappava a quelle note vomitate nell’aria un senso Altro, un grido di dolore che tradiva incapacità e disagio. Lo commiserava, certo, lo compativa, forse, per quella sua pochezza, per l’assenza completa di spessore, di peso, che lui aveva. Le faceva tenerezza, come fosse stata davanti ad un uccellino, ed avrebbe voluto donargli un filo di seta con cui tessere un abito di musica da vestire sempre, anche di notte, che lo proteggesse dalla quotidianità. Oppure avrebbe potuto cucire lei stessa per lui i suoni che sputacchiava in giro e restituirglieli legati insieme, affinché li indossasse come un’armatura, la sola, capace di dargli sostanza e consistenza. K. scrutava i dettagli di N. e vi trovava l’Edipo sconfitto, vinto, martoriato, inetto che si trascinava cieco, appoggiandosi completamente alla forza femminile della volontà. Lo immaginava così, in marcia verso la speranza di liberarsi, prima o poi, della sua inconsistenza. K. si rese conto che sarebbe dovuto passare ancora molto tempo perché quel giovane potesse davvero dirsi Uomo. Forse, pensò la ragazza, s’accascerà in terre non consacrate, non pure, e spezzerà la narrazione, il destino, sé stesso. Forse, solo allora proverà l’ebrezza di conoscere la propria natura e non avrà più bisogno che un tiranno a sei corde lo costruisca, gli dia corpo, voce, anima, sostanza e dignità.
K., avvolta nell’afa come gli eroi nella loro gloria, era invasa da mille e mille pensieri mentre parlava del più e del meno, a tavola, con gli altri commensali tutti riuniti davanti al pranzo tranne il musicista. Lui non mangiava, non voleva mischiarsi in quel che non capiva. Aveva paura di essere contaminato, sporcato, da ciò che non gli assomigliava.
La ragazza, costellò l’aria di parole. Raccontava aneddoti, storielle senza capo ne coda, descriveva passaggi di vita, rideva con gli altri presenti. E guardava N., di soppiatto, di sfuggita. Osservava la sua noia. Il ragazzo era per lei un frammento di umanità che stava altrove, lontano, disperso in giri di vento sconosciuti. Sembrava seduto sul divano ma in realtà camminava da altre parti, assorbiva la consistenza di tutti senza farsi notare, rubava a piene mani la loro Umanità, per capirla, per studiarla per confrontarla con la sua, per disprezzarla. Aveva questo difetto, N. , non sapeva d’essere inconsistente e non sentiva, che in pochi momenti, la propria piccolezza. L’umiltà non gli apparteneva e l’arroganza era mal gestita. Un inganno quel suo essere silenzioso.
K .non conosceva niente del musicista se non che suonava molto bene, eppure l’aveva avvertito , l’aveva colto, strappato dalla propria sicurezza e lui ne era cosciente. Infatti s’imbarazzava, la fuggiva, ne aveva timore. Sapeva che il confronto con la Pazzia avrebbe destabilizzato e messo a nudo la sua inconsistenza e per questo emigrava  gli occhi, come i pavidi, come i soldati che vanno a morire al fronte ubbidendo ai comandi. Magari avesse disertato il proprio ruolo, avesse ammutinato la sua persona e avesse vissuto, per una  parentesi, la gioia di essere altro-da -sé, dal proprio personaggio.
K. all’arroganza di N., alla sua stupida inconsapevolezza oppose  la crudeltà dell’educazione, dei modi buoni, della formalità. Non c’è cosa peggiore al mondo che partecipare al balletto delle convenzioni: ogni giro  di  danza è un insulto alla vita, alla bellezza, soprattutto se i ballerini sono esseri anomali e rari che si fanno violenza per eseguire lo schema del ballo. E così, finito il pranzo, i padroni di casa accompagnarono il musicista al primo treno, lo aiutarono a caricare i bagagli, con un sorriso falso e sterile, lo salutarono, lo liberarono dalla loro bellezza. K. ascoltò il suono metallico e splendido sprigionato nell’aria dai gemiti dei binari calcati dal peso dei vagoni e si sentì felice di veder rotolare via una delusione. L’ennesima che il mondo fuori dalla bolla le dava. L’ennesima che avrebbe appallottolato e buttato insieme alle convenzioni, agli affetti vissuti per dovere. Alle formalità.

Parentesi

Getteremo coriandoli sui vostri passi
e voi calpesterete filari di spine
Armeremo i nostri sogni con farfalle di cartapesta
e voi verrete invasi da dubbi grevi come macigni
Diventeremo voi masticando acini di bugie
e voi diverrete noi tessendo fiumi di libellule
Saremo allora liberi di contraddirci
e l’odio si rovescerà in vasi di concetti splendenti
Li venderemo al giusto prezzo, al mercato del buon senso
su banchi grondanti sorrisi.

Come farfalle

Ailine avrebbe potuto restare ad ascoltarla sognare per giorni interi. Amava rimanere in silenzio, vicino a lei, e lasciarsi incantare da quei piccoli ed involontari movimenti che avevano le sue labbra durante il sonno. Le vedeva curvarsi, leggermente, a destra o a sinistra, attraversate da lievi tremiti, quasi impercettibili, che conferivano a quella bocca un che di liquido, di ondoso. Anche gli occhi, ombreggiati da sottili e lunghe ciglia chiare, si agitavano senza tregua. Ailine poteva immaginarne le pupille, nascoste dalle palpebre, inseguire chissà quali immagini grandiose, quali quadri colorati di mondi irreali in cui Anna si stava avventurando. Ogni tanto le accarezzava i capelli che, lunghi e spessi, ricadevano sopra il cuscino. E, per non svegliarla, lo faceva delicatamente come se stesse sfiorando i petali di una rosa che va sfiorendo. Era talmente bella Anna, così, avvolta nel suo sonno, intenta a lasciarsi galleggiare sopra le profondità dell’abisso onirico, che sarebbe stato un vero delitto riportarla di colpo alla realtà con un tocco di mano più pesante degli altri e spezzare l’incanto del tempo che si sospende, si annulla, svanisce oltre i confini del reale, del razionale. Purtroppo, prima o poi, come sempre, l’avrebbe dovuta svegliare per darle la pastiglia, per curarla, lavarla, cambiarla, nutrirla.
A volte Ailine la lasciava dormire un po’ di più e ritardava di un poco sull’orario delle medicine, perché sapeva che quando Anna avrebbe ripreso coscienza, uscendo dai suoi sogni, avrebbe spalancato i suoi grandi occhi scuri sul vuoto intorno. Poi, remissivamente, si sarebbe chiusa, come al solito, nello scrigno del silenzio, in quel mutismo che non lascia spazio alla speranza e sbatte a tutti in faccia il peso degli anni più duri. Vederla così, soprattutto quando la si conosceva da sempre come succede solo ad una figlia con la propria madre, la feriva e per questo, spesso, rimandava l’ora delle cure. Era in continua guerra con sé stessa Ailine: da un lato cercava disperatamente, ogni giorno, di soffocare il proprio egoismo ed assolvere il proprio compito, dall’altro avrebbe voluto lasciare che Anna potesse dormire un sonno senza più risveglio, sollevarla dal peso delle ore, dai ritmi estenuanti di un’esistenza alla deriva.
Ailine guardava quel corpo rattrappito dalla malattia, ricurvo sotto i colpi del tempo, leggero e fragile come una nuvola, e non riusciva a riconoscervi i dettagli di quello della donna forte, bellissima, determinata ed allegra che la faceva giocare da bambina e le aveva insegnato a vivere sempre senza mollare. Dov’era finita, ora, quella signora alta, un po’ robusta, dalle grandi mani da massaia, che l’aspettava sulla poltrona in salotto, ogni sabato notte, quando lei, ormai già grande, usciva a divertirsi e faceva tardi?  Era davvero ancora lei, sua madre, quell’ essere che ora giaceva docile e senza parole, con il viso smunto e grigio, sul letto, fissando imperturbabile lo scorrere delle stagioni da dietro il vetro della finestra senza mai nemmeno lasciarsi scappare un suono che non fosse un lamento?
Lo era, sì, lo era ancora ed Ailine ne aveva certezza guardandola dormire. Solo in quel frangente, infatti, la rivedeva ridere ed indossare il proprio viso con la semplicità della bellezza. Le rughe che lo solcavano non si facevano più testimoni di sofferenza ma conferivano a quel volto una sfumatura dolce come il volo di una farfalla. Anna, sua madre, riprendeva fiato dalla morte stando accoccolata nei propri sogni di vita, in regioni lontane e splendenti dell’anima, in quelle periferie del desiderio che si snodano nell’irreale, nel fantastico, nell’assurdo. E Ailine, lasciandola assopita nella sua memoria, la proteggeva dallo squallore di un male che la stava divorando.
Erano passati ormai cinque anni da quando il morbo l’aveva colpita e adesso di quella donna solare ed instancabile che era stata Anna, non era rimasto che un mucchio d’ossa dai grandi occhi spauriti che si introducevano nello scorrere dei giorni come soldati stanchi in terra straniera. Ailine, ogni volta che uccideva, richiamandola alle cure, i sogni di Anna, moriva un po’ anche lei e sentiva crescerle dentro il desiderio inconfessabile della fine. Sperava, segretamente, che un qualunque dio prendesse sua madre in cura  ridandole la dignità di gioire, addormentandola in un attimo che sapesse ancorarla all’eternità. Non si poteva dirlo ad alta voce, questo inconfessabile desiderio, ma lo si poteva, nel proprio infinito animo disperato di figlia, concepire. Si poteva pregare, ogni notte, affinché il giorno successivo, quella donna simile ad un vegetale, fosse finalmente Libera. Profondamente Libera, come nessuno in vita potrà mai essere. E forse si poteva anche, inconsciamente, favorire l’accadere di questa maledetta libertà. Spezzare il dolore riversandovi sopra il proprio rischio, giocando a scacchi con la propria coscienza  sperando nella vittoria dell’avversario. Anzi, lasciare che esso si aggiudichi la partita senza fare resistenza, agevolarlo scordandosi le mosse, dimenticandosi le regole, titubando e rimandando. E così fu.
A fine maggio, in una mattina di sole, esattamente 5 anni e sei mesi dall’inizio della sua malattia, Anna non si svegliò più. Ailine l’aveva chiamata, l’aveva accarezzata, le aveva preso la mano ma il silenzio ballava sulle anime dei vivi e su ogni piega che le ombre gettavano intorno al letto. Sul comodino il flacone di medicine stagnava intatto nella sua inutilità. Ailine lo prese, andò in bagno e lo rovesciò nel gabinetto. Tirò lo sciacquone, richiuse la porta e tornò da sua madre che dormiva di un sonno incantato. Aveva disegnato in viso un filo di sorriso, gli occhi chiusi, la testa leggermente inclinata sulla sinistra; sul cuscino, ricadevano lunghe onde argentate e lucenti, colpite da distratti raggi di sole che allegri passeggiavano per la camera. Era davvero bella.

E tutto sarebbe finito.

Rovesciare quel maledetto tavolo. Mandare tutto all’aria, far cadere a terra quegli inutili soprammobili, quegli avanzi di vita vissuta, quelle inezie che lo disgustavano e gli ricordavano quel che era passato e quello che ancora doveva venire.
G. avrebbe voluto prendere e girare sottosopra quell’ammasso di legno con appoggiati addosso gli scarti di un’ esistenza vissuta nel disordine. Li vedeva ad uno ad uno, accumulare polvere, sbiadire sotto i colpi del tempo e aveva cominciato ad odiarli. Ogni tanto si fermava a rimirare con raccapriccio e rassegnazione tutti gli oggetti che componevano la fauna ricca e varia di quel tavolino. C’erano bollette da pagare, libri di poesia, riviste di musica datate e smunte, monetine, qualche molletta per capelli, volantini di ogni tipo e fotografie. Già: le fotografie. G. non riusciva più nemmeno a toccarle. L’ultima volta che vi aveva provato, un nodo gli era salito così repentinamente alla gola che gli era parso di morire all’istante. Adesso le ignorava o le vessava con sadismo. Le lasciava soffocare sotto metri di polvere e bigliettini da visita. Le schiacciava apposta con nuovi libri, solitamente quelli che non avrebbe più riletto. Certe volte, se qualcuna di queste foto riusciva ad evadere da sotto i macigni che lui vi aveva posto sopra, lui la puniva facendole rivestire il ruolo di poggia tazzine. Finirono tutte, così, per essere sfregiate dal caffè che regolarmente colava sopra di loro a piccole gocce, tracimando dagli argini di porcellana. I volti che esse ritraevano erano diventati maculati e confusi, avevano perso la loro identità. I corpi erano entrati nell’anonimato ed alcuni erano addirittura completamente irriconoscibili; i paesaggi si erano guastati a causa degli aloni neri  e nel complesso  erano andati  smarrendosi in un miscuglio nuovo di onde colorate od in bianco e nero. I significati dei momenti immortalati nelle fotografie erano stati rovesciati nell’indifferenza del tempo, nell’unificazione caotica del non senso, tornavano ad essere interpretabili, ermetici, esoterici. Nessuno tra gli amici ed i parenti di G. sarebbe stato capace di risalire, da quelle foto, all’originale attimo che vi era impresso sopra. Solo lui sapeva dove e quando erano stati fatti quegli scatti ma ora li rinnegava, come rinnegava sé stesso, la sua vita, le certezze che lo costruivano.
G. fissava quel tavolino stracolmo di pezzi d’individualità irripetibili , lo incrociava con lo sguardo e sentiva salirgli dentro il desiderio assurdo di distruggerlo. Avrebbe tanto goduto nel veder volare per aria tutti quei libri, tutto il loro contenuto che a nulla era servito se non a caricare la sua vita di sofferenza. Come ripeteva spesso ai suoi amici : “L’infelicità che ad ogni riga letta penetra nel cervello di chi legge  meriterebbe di essere smascherata, di essere resa palese.”. Ed aggiungeva : “Le poesie ti rovinano la vita, sono farmaci che ti ammazzano velocemente, se ne abusi, o piano piano, se li assumi a piccole dosi. Il risultato però è comunque lo stesso, soffrirai ad ogni nuovo volume che chiuderai e impilerai vicino agli altri, sulle mensole”.
Eppure G. continuava a divorare libri, li comprava, li gustava lentamente oppure li beveva tutti d’un sorso. Non poteva fare a meno di tenerli tra le mani, di lasciarsi corrompere dai mondi incantati che racchiudevano. Alcuni gli rimanevano incisi nell’anima ed altri si smarrivano tra i meandri di una memoria incerta, fragile, lasciando però dietro di loro impressioni indelebili che inconsciamente lo guidavano verso l’onirico, nei boschi bianchi del sogno, ove sugli alberi crescono speranze o delusioni, e a terra, tra l’erba, si trovano nomi ed idee abbracciati insieme. In questi spazi sconfinati dell’intangibile abitano farfalle dal volto umano che parlano di sentimenti e raccontano storie di uomini e topi, di delitti e di castighi e proiettano con le loro ali, volando, ombre di bisogni in cui credere. I libri tracciavano per G. regioni incantate in cui navigare ma dimenticavano sempre di disegnare anche le barriere che marcassero il limite ultimo con la realtà. Così il sogno, l’incerto, il contraddittorio si mescolavano al reale e l’uomo scorgeva sui muri formiche inoperose, oziare tranquille accarezzando i tramonti, sentiva ragionamenti impeccabili dirsi liberi mentre, tenendo appese al collo collane di piombo dorate, annegavano in mari di quotidianità;  infine, vedeva aleggiargli intorno concetti con gambe lunghe intenti ad affondare nella melma del non detto, sentimenti ed amori incantevoli impegnati a scivolare sull’ invisibile confine con la realtà, precipitando così nel fallimento delle convenzioni sociali.
G. non riusciva quasi più a sopravvivere all’inganno che i libri creavano intorno a lui, mischiando il vero con il falso del concreto; soprattutto pativa  quello che alcuni di essi erano riusciti a tessere astutamente intorno ai suoi pensieri e che l’uomo aveva finalmente stanato. Fu proprio grazie a questa presa di coscienza che G. decise, per rappresaglia, di confinare sul tavolino i testi che reputava maledetti, i quali, sommersi dall’abbandono, giacevano ora solitari e silenziosi in esilio.
G. covava verso quei libri solo odio e rancore e sperava che, prima o poi, avrebbe trovato il coraggio di rovesciare il tavolo e buttare via tutto. Il caos allora avrebbe ballato su quelle pagine ingiallite e gonfie di polvere, le avrebbe calpestate per far loro sbavare sulle piastrelle le vocali e le consonanti, le virgole e i punti. G. s’immaginava ,eccitato, che i concetti sarebbero schizzati via impazziti, unendosi alla fuga degli slogan dai volantini. Probabilmente anche le cifre delle bollette sarebbero sgattaiolate altrove, seguendo l’orda di Doveri e Piaceri che s’accalcava verso l’uscita per scappare alla mattanza che l’uomo stava facendo in difesa del cambiamento, della normalità, del banale, del mediocre.
Tutto sarebbe finito se solo lui fosse riuscito a girare quel dannato tavolo e trovare il coraggio di ripartire da zero, di abbandonare tutte quelle che fino ad allora erano state le ragioni della sua vita. Ma il suo sogno di rinascita s’era incastrato da anni nel varco della realizzazione e G. stava ancora aspettando di vederlo comparire per chiedergli di aiutarlo ad emergere dall’oblio in cui era caduto.
G., in fondo, voleva la normalità, voleva scrollarsi di dosso, come i granchi, la vecchia corazza della sregolatezza ed entrare nel finto equilibrio degli Altri. E così, tutte le sere, guardava quel meschino tavolo pieno di cose e prima d’addormentarsi provava a pensare di alzarsi dal divano e rovesciarlo. Dopo un po’, come al solito, smetteva di fissarlo e si dirigeva verso il letto con un libro in mano. “Domani”, si diceva sempre prima di aprire il volume ed iniziare a leggere.

La tazzina

Alle 5.30 di mattina la sveglia strillò puntuale, sbavando nella stanza il suono pungente e fastidioso del dovere. K. estrasse un braccio da sotto le coperte, lo protese con mestizia verso l’orologio e, con un colpo annoiato ma deciso, azzittì l’urlante apparecchio. Il silenzio poté riprendere così ad orlare i minuti e l’uomo ricominciare a fissare il soffitto, rincorrendo scarni avanzi di sogni.
5.40. Lo squillo atroce riemerse di nuovo prepotente dall’ombra e graffiò con violenza ogni desiderio d’abbandono di K. Questa volta, l’uomo rizzò il busto, sbadigliò sconfitto e senza impegno prese l’orologio tra le mani. Lo ammirò fugacemente, per un breve istante, poi lo spense definitivamente. Era pronto, adesso. Lo era come tutte le altre mattine in cui ripeteva quei gesti sempre identici, quasi fossero segreti passaggi di un rituale magico che lui officiava regolarmente.
K., il santone K., ogni giorno ammutoliva i lamentii metallici degli spiriti, inglobandoli, risucchiando i loro messaggi, digerendo le loro richieste e piegandosi, infine, vinto, alla loro volontà. Volontà che lo costringeva ad alzarsi meccanicamente dal letto, facendogli strappare la propria anima alla dimensione onirica, e lo convinceva a trascinarsi in cucina per trangugiare un caffè. Quella che ferocemente, mentre lui ancora  beveva la nera pozione, lo incalzava affinché imboccasse presto il corridoio verso il bagno e si decidesse ad espellere i rimasugli della notte. Ed era sempre Lei, ancora Lei, che, poi, inarrestabile, determinata, crudele, l’obbligava a lavarsi, asciugarsi e vestirsi prima che il sole sorgesse completamente. La stessa che, infine, lo incitava anche a sputarsi sul marciapiede sotto casa, ogni giorno, tranne il sabato e la domenica, in ogni stagione, ad attendere l’autobus per andare al lavoro.

Alle 5.45 in punto tutto procedeva come al solito. K. era sgusciato fuori dal letto e s’era infilato in cucina. Adesso stava trafficando con la moka. La riempiva con cura ed attenzione di una ben precisa dose di caffè, sempre uguale, aiutandosi con un misurino graduato. Era una persona precisa, K. attenta al particolare, all’inezia. Nella sua vita, nulla che dipendesse da lui era lasciato al caso. Non vi erano cambi repentini d’idea, instabilità o disordine. La sua casa ne era una prova e, in un certo senso, lo rispecchiava. Era piccola, situata in un anonimo palazzo alla periferia di M.. Ordinatissima. Ogni cosa aveva un suo preciso posto, nessuna di esse avrebbe mai potuto concedersi il lusso di stare altrove, di cambiare posizione o vicini di mensola. La polvere non aveva vita lunga nell’appartamento, veniva ogni sera accuratamente soppressa. La si vedeva scappare a destra e sinistra, terrorizzata dal lungo piumino verde smorto che K. brandiva come fosse una terribile arma da guerra. L’arredamento era mediocre, dozzinale. Gli accostamenti di colore tradivano la tendenza di K. al piattume. Era tutto sulla tonalità panna, con piccole variazioni verso il crema chiaro o il giallino pallido pallido. Non vi era nessun soprammobile, cuscino o copridivano che avesse, anche per sbaglio, qualche accenno di rosso, nero, o blu intenso nelle proprie finiture. La brillantezza, l’essere accesi, sgargianti, si sarebbe detto fossero stati messi fuori legge dal padrone di casa.
K. assomigliava molto a questa sua angusta tana. Era un ometto non troppo alto ma nemmeno basso, con pochi e spauriti capelli in testa. Portava un paio di occhialetti rotondi, appoggiati su un naso insignificante. Dietro alle lenti spesse, sbucavano come topi malaticci due occhietti dal colore indefinibile, spenti e minuscoli nel loro essere quasi inutili. Il collo era tozzo e corto, le spalle piccole e spioventi. Le braccia erano molli. Un accenno di pancetta s’andava ad appoggiare su gambe grassoccie, ricoperte di vene violacee che davano un tocco quasi d’allegria a quel corpo cinereo. K. era impiegato presso un noto studio notarile del centro città, da vent’anni ormai. Non si era mai sposato e attualmente non aveva nemmeno uno straccio di relazione. In passato ne aveva avuta qualcuna, certo, ma erano tutte finite velocemente, ingoiate dall’oblio della noia. Adesso era solo e conduceva una vita sommamente ordinaria, scandita dal ritmo di un’abitudinarietà maniacale, scossa solamente, talvolta, dai ritardi dei mezzi pubblici o dalle ore extra che accumulava al lavoro.
La caffettiera gorgogliò distrattamente e sprigionò intorno l’aroma di un caffè malaticcio. K. si avvicinò al fornello, spense la fiamma e prese dal mobiletto sopra al lavello la sua tazzina per la colazione. Era una tazzina ben precisa, bianca, senza personalità. Completamente liscia in ogni sua parte, priva di qualsiasi avvallamento, decoro o particolare che la rendesse speciale. Era orfana: unica sopravvissuta tra quelle di una vecchio servizio da caffè di proprietà della madre di K., scomparsa molti anni prima. Le altre, gemelle di questa, erano infatti andate distrutte quando K. e suo fratello avevano svuotato l’appartamento della defunta genitrice. A K. era rimasta così quella sola in eredità e l’aveva subito eletta a tazzina per la colazione. Un ruolo importante nella vita di quell’uomo. Non l’aveva fatto di sicuro per attaccamento ai ricordi o sentimentalismo ma semplicemente perché era una chicchera abbastanza integra da permettergli di sostituire quella usata fino ad allora, che era logora, ormai irrimediabilmente compromessa dall’usura.
K. appoggiò la sua tazzina sul piattino, vi mise dentro 3 cucchiaini di zucchero bianco, vi rovesciò sopra il caffè bollente e si preparò a pregustare il sapore della ripresa fisica e mentale. Era perfettamente in orario sulla tabella di marcia quand’ecco che, in un lampo, accadde l’imprevedibile. Con un gesto involontario, quasi fosse un raptus inconscio, K., urtò violentemente, nell’atto d’afferrarla, proprio la tazza piena, la quale andò a vomitare tutto il suo contenuto sul pavimento, esplodendo in mille piccoli candidi frammenti. Le schegge di ceramica giacevano adesso nel liquido nero, formando una poltiglia disgustosa e deprimente. K. le fissava attonito, paralizzato dallo sgomento. Era tardi per pulire tutto. Era tardi per preparare un altro caffè e soprattutto per trovare un’altro recipiente idoneo. L’uomo decise quindi, con raccapriccio, di abbandonare sia la speranza di fare colazione sia quella di sistemare il disastro. Corse in bagno, si preparò nervosamente e uscì per andare a lavorare, lasciando tutto com’era.
Il pensiero di quel piccolo cataclisma lo sconvolgeva. L’ossessionò assiduamente in autobus: nella sua testa, durante tutto il tragitto, continuò ad aleggiare costante l’immagine dei piccoli cocci bianchi che annegavano nella scarsa pozza di caffè, sul pavimento. Gli ricordavano quei pesci che, durante le secche, quando il mare in certi posti si ritira, boccheggiano sofferenti sulle rive delle spiagge e vanno incontro ad una morte atroce. K. cercò, con poco successo, di sdrammatizzare, di consolarsi, e per farlo progettò l’acquisto di una nuova tazzina da caffè. Decise che l’avrebbe comprata quel pomeriggio stesso, alle 17.00, come fosse uscito da lavorare.
Finito il proprio turno allo studio notarile, K. afferrò la sua valigetta e si mise quindi a gironzolare per le vie del centro città, scrutando attentamente tutte le vetrine dei negozi di casalinghi che incontrava, alla ricerca della nuova chicchera per la colazione. Ne adocchiò parecchie che, da dietro i vetri, sembravano compatibili con i suoi gusti ma una volta viste da vicino lo deludevano tutte. Alcune perché erano decorate, mentre altre avevano forme strane che lo ripugnavano. Ce n’erano poi di quelle che, apparentemente bianche, avutole poi tra le mani, si rivelavano azzurrine o rosate. Indecenti.
K. era stanco. Ormai erano le 18.30 e lui non aveva ancora trovato la sua futura nuova compagna con cui bere il caffè alla mattina. Si stava quasi rassegnando a sospendere la ricerca, rimandandola all’indomani, sabato, giorno di riposo, quando ad un tratto passò di fronte ad un grande negozio pieno di articoli per la casa. Si fermò incantato davanti alla luccicante vetrina. Era sicuramente una bottega di lusso. Gli oggetti esposti avevano prezzi esosi ed erano molto variopinti, certi addirittura nauseanti, ma l’uomo non poté comunque fare a meno di notare, relegata in un piccolo angolo sulla destra, nascosta dietro a presine e caffettiere di ogni grandezza, una semplice tazzina bianca, priva di qualsiasi orpello inutile, bella e semplice in quel suo candore abbagliante. L’etichetta con il costo era girata al contrario e K. non poteva sapere quanto avrebbe dovuto sborsare per avere quella chiccherina. All’uomo, quindi, non rimaneva che spingersi all’interno del negozio e domandare informazioni riguardo all’oggetto desiderato. Fu allora che, proprio mentre era ormai lì lì per afferrare la maniglia e farsi avanti, i suoi pensieri furono travolti da un frastuono sovrumano di grida e cori, seguiti a ruota da un fitto fumo colorato che andò ad infilarglisi su per le minuscole narici. Istintivamente ed irrazionalmente ritrasse la mano verso di sé e si girò a guardare la strada, dando le spalle alla vetrina della rivendita. Ciò che vide lo terrorizzò. Una massa nera e velocissima, chiassosa e confusionaria, quasi liquida, si stava temibilmente avvicinando a lui di corsa, inseguita da grida di sirene spiegate e colpi simili a quelli di fucile. K. non fece in tempo a riflettere sul da farsi che fu investito subitaneamente da quell’onda nera e senza volto, la quale, come un mostro a più teste, si scagliò in un baleno, ferocemente, contro il negozio di casalinghi alle spalle di K. L’uomo, ormai in preda al panico, si rannicchiò a terra, credendo che fosse giunta la sua ora.
Restò così, appallottolato al suolo, solo per pochi minuti, che a lui parvero secoli, soffocato da urla e grida e rumori di vetri in frantumi. L’aria s’era fatta nel frattempo irrespirabile, gli occhi lacrimavano e il respiro faticava a tenere un ritmo soddisfacente. K., dopo molti ed interminabili attimi, trovò il coraggio di gettare lo sguardo intorno per provare a capire ciò che stava succedendo. Alzò dunque i suoi minuscoli occhietti arrossati e sbirciò la situazione. Davanti a lui vide allora solo uno schieramento di poliziotti in tenuta antisommossa e alcuni vigili del fuoco che stavano tentando di domare le fiamme provenienti da un’automobile parcheggiata poco distante da lì. In lontananza, si sentiva ancora quello spaventoso baccano ma pareva ora fasciato nell’ovatta, e comunque era sicuramente già abbastanza distante da non essere più una minaccia.
K., sentendosi ora al sicuro, si rialzò tremante. Il caos intorno era disarmante, a tratti poetico. L’uomo si sentiva agitato e stanco, sconvolto. Tentò di riprendere un contegno, spolverandosi la giacca e i pantaloni con le mani sudice, poi si voltò verso il negozio di casalinghi, quasi avesse la speranza di carpire da esso un segno, un indizio, che gli permettesse di categorizzare tutta quella brutta esperienza come illusione, incubo ad occhi aperti. Ma non fu così.
La vetrina di destra giaceva a terra in frantumi e con lei tutti gli oggetti che invano avrebbe dovuto proteggere. Quella di sinistra, più piccola, era stata sfregiata da frasi scritte con una bomboletta nera, di cui K. non capiva il senso. L’uomo si fece forza e si avvicinò un po’ di più al negozio per vedere da vicino lo scempio in tutta la sua gravità. Sul tappeto di vetri rotti, notò che vi giaceva semidistrutta anche la tazzina che lui avrebbe voluto acquistare. Si chinò su quell’ammasso di cocci bianchi. Il manico era integro e aveva ancora attaccato il cartellino con il prezzo, K. lo raccolse. Adesso avrebbe saputo quanto gli sarebbe costato portare a casa quella chicchera, se solo si fosse salvata dalla distruzione. La cifra era notevole. E K., pensò che probabilmente, per giustificare un tale valore economico, doveva trattarsi sicuramente di una tazza pregiata, unica, inimitabile. Restò un momento, come sognante, assorto ad accarezzare il frammento superstite; infine, approfittando della confusione, si guardò intorno furtivamente e senza pensarci due volte se lo mise in tasca e si avviò velocemente verso la fermata dell’autobus più vicina.

Abissi

Pensieri rarefatti s’aggiravano smunti tra i corridoi della sua neghittosità. G., sdraiato sul divano, incollato all’impossibilità di sognare, ascoltava distratto il silenzio sciogliersi nel caldo della stanza. L’estate esigeva ormai il suo tributo d’amore e baciava con passione ogni anima, arrogandosi il diritto d’indisporla. Il ragazzo subiva la smania d’affetto della stagione appena riemersa dal freddo inverno ma rimaneva passivo davanti agli assalti dell’afa e dei giochi delle gocce di sudore che esploravano avide il suo corpo, immerso nella luce bianca e piena che avvolgeva il salotto. Nudo, immobile, sospeso, G. non riusciva ad afferrare nemmeno uno dei significati che ondeggiavano nella sua testa. Non sapeva neanche con certezza se avesse davvero voglia di restare a fissare il soffitto o se questa condizione la stesse subendo. Un vago sentore di tristezza lo paralizzava nell’inattività. Aspettava, senza saperlo, qualcosa o qualcuno che lo ricacciasse su quel treno chiamato abisso ove avrebbe riacciuffato i suoi sentimenti, le sue paure e quel bisogno di lottare che lo faceva sentire vivo. Non gli importava di avere troppe cose da fare per permettersi il lusso di restare ad osservare il niente dispiegarsi nel giorno. Non sentiva nemmeno i colpi feroci delle ore che si ripiegano su se stesse per sparire inghiottite dal proprio dovere. Aveva spento la speranza di dare a quella giornata un senso compiuto che non si traducesse nel pisciare, mangiare o innaffiare le piante. Il telefono squillava. Messaggi, inviti, iniziative interessanti a cui partecipare sfilavano sullo schermo, pronti per essere vissuti. I suoi amici lo cercavano, desideravano chiedergli pareri e raccontargli i fatti del giorno. Lui non rispondeva. Lasciava che quei suoni morissero inghiottiti dal suo disinteresse. G. non sapeva più restare sveglio. G. s’era impantanato per seguire da lontano la sua vita senza maschere ed aveva scoperto che non riusciva più a sopportare il tempo lineare, gli attimi che si accalcano uno sopra l’altro per entrare prima alla grande fiera del futuro. Tutto quello che G. stava facendo nella vita non riusciva più a vederlo ammaliante come un tempo. Le situazioni, i discorsi, il lavoro, lo studio gli erano diventati insopportabili. Voleva l’abisso. Desiderava il sottosuolo, come l’avrebbe chiamato un grande scrittore russo. E questo sottosuolo lui lo cercava nell’illusione del nuovo. Nella novità che rimane tale solo fino a quando lui non decideva di annoiarsi di lei e la relegava tra i cimeli di una vita vissuta, nello sgabuzzino dell’anima come fanno i bambini con i giocattoli.
Quel giorno aveva perso infatti l’entusiasmo per quel suo ultimo e recente interesse. Gli succedeva ciclicamente. Era abituato. Probabilmente si sarebbe ripreso più alla svelta se prima di stancarsi di quel nuovo giochino si fosse premunito di averne un altro pronto con cui sostituirlo. Purtroppo, come spesso gli accadeva, aveva sopravvalutato la carica innovativa di quell’incontro e s’era lasciato convincere da sé stesso a dedicargli ogni ritaglio del proprio tempo. Nell’ultimo periodo aveva infatti investito buona parte delle sue ore sgombre da impegni a viversi l’emozione della novità e aveva trascurato di coltivare gli altri svaghi. Ora doveva quindi semplicemente trovare il coraggio di tornare nel mondo reale, indossando di nuovo il velo della normalità. G. l’aveva sempre saputo fare benissimo, questo trucco. Ma ultimamente gli riusciva male. Sentiva che adesso era più difficile controllare e celare la propria dispersione animica. Nascondere i moti interiori, l’ansia del bello, della ricerca che lo spingeva nelle superfici sotterranee da cui traeva l’entusiasmo per riempire il giorno.
Il telefono lanciò un lamento e spezzò di colpo il vuoto intorno.  G. lo colse nel suo intento. Decise di afferrarlo, facendolo riemergere dal grumo di coperte inutili che stavano accasciate ai suoi piedi. Lo tenne un istante tra le mani, come per coccolarlo. Infine, lesse il messaggio. Lo rilesse una seconda volta. Poche parole, nessuna inaspettata, anzi. In fondo non vi era  che immortalata sopra, tradotta in frasi di circostanza, ciò che lui chiamava semplicemente la banalità del mondo intorno.  Neanche stavolta, quindi, G.  ebbe il piacere di  regalarsi l’enfasi dello stupore. Purtroppo aveva questa dote, che era più una condanna, di intuire l’animo degli altri e prevedere esattamente come si sarebbero mossi nel mondo e con lui, se lui li avesse voluti invitare al proprio banchetto; di conseguenza, sarebbe stato assai difficile sconvolgerlo o coglierlo di sorpresa. Del resto, G. era consapevole che  il mutismo lascia sospesi e sorprende solo gli animi meno avvezzi al profondo, quella maggioranza che non ha il coraggio di scoprirsi. Ma lui  non ne faceva parte. Lui sapeva e non aveva bisogno di conferme come ne hanno bisogno gli altri.
Riposò il cellulare al proprio fianco, senza particolare emozione. La sua testa macinava pensieri, scandiva frasi ironiche. G. restò a lungo in ascolto di quei lunghi scoppi di risa interiori che lo invadevano e lo spingevano dritto dentro al cinismo che salva ed assolve. Infine, calò sopra di lui il silenzio abbracciato alla sera ed erano così innamorati da essere capaci di portarsi insieme ai confini del tempo. Lo guardavano con tenerezza, così,  sdraiato sul divano, senza voglie, colonizzato dal proprio mondo sommerso, intento com’era ad  ammirare, non più il soffitto, ma se stesso, aleggiare nell’attesa di un domani identico a quello venuto a trovarlo appena l’altro ieri.

717

                             Senza il suono dei tuoi pensieri

                                             annego

                              In un inferno di silenzi

Ultima fermata.

Il treno ondeggiava sinuoso sui binari. I vagoni si lasciavano andare a sedurre la timidezza che il vento ostentava nell’abbandonarsi ad essi. Il sole, a tratti, sbirciava tra i sedili, sporgendosi dentro gli scompartimenti dal finestrino, e rincorreva le ombre dei passeggeri. Le deformava, le arricchiva di nuovi profili, di prospettive affascinati, irreali e spaventose. Le inchiodava all’attimo che non ritornerà, all’attesa che tarda. Viaggiare è simile a sognare; viaggiare in treno, poi, regala la sensazione di essere entrati in sogni altrui, di aver violato furtivamente la zona onirica, privata e segreta, di chi si intuisce appena. Suscita l’ebbrezza di essere riusciti a forzare, con dolcezza, la serratura di un non-luogo popolato da mostri, paure, sguardi muti e complici. S’inventano vite sconosciute, in treno, e si ripensa la propria stando seduti od ammassati in piedi, schiacciati dai pensieri dei vicini. Si tessono intrighi, s’immaginano storie che si mischiano ai sapori del mondo in divenire. Dolce e crudele insieme è gustare occhi, bocche, nasi e mani che si spostano stando fermi, che attraversano veloci i dettagli, le ore, i colori del cielo, spesso ignorandoli, o più facilmente, oggi, immortalandoli in istantanee mediocri.
Julia adorava il treno. Lo amava per tutte queste ed altre miriadi di sensazioni che le vibravano nella testa quando stava là sopra e le cui forze la trapassavano, come avrebbero fatto sottili lame di fiori, per educarla all’ascolto dell’alterità. Era spesso in viaggio, lei, giovane donna, e quasi sempre aveva preferito le rotaie all’asfalto perché, fin da bimba, le era piaciuto saltellare tra i sedili ed ascoltare i discorsi di quei suoi compagni di viaggio sconosciuti. Anche adesso, che era grandicella, non aveva per niente perso il vizio dell’infanzia ma solo lo gestiva con maggior discrezione ed era meno invadente la sua curiosità. Molte volte, ora, si divertiva a lasciar scivolare intorno i suoi grandi occhi, per incrociare lo sguardo di qualche altro passeggero ed osservarne le reazioni. Per esperienza aveva capito che in fondo non era l’unica a credere che il treno fosse un posto in cui i giudizi si sospendono e la fantasia è libera di ridisegnare i confini del reale.
Quel pomeriggio, Julia, era salita alla stazione di G. su un treno di nuova generazione. Un mezzo silenzioso, molto veloce, quasi nauseante. Questi nuovi tipi di convogli lei li detesta ancora adesso: li trova costosi, asettici, frequentati spesso da smunti viaggiatori anonimi, silenziosi, in bilico sull’orlo dell’assenza per tutta la tratta. In verità questo tipo di passeggeri sta dilagando come un morbo su tutti i mezzi di trasporto ed infetta la magia dello scambio, dell’intreccio furtivo e casuale di esperienze umane. Si fa fatica, detto in altre parole, a trovare qualcuno disposto a dilungarsi sul più e sul meno o semplicemente capace di restare assorto a rimirare il paesaggio durante il viaggio senza nessuna pretesa di inchiodarlo ad uno schermo digitale.
Ciò che aveva spinto Julia a prenotare il posto su di un rapido era quel presunto unico vantaggio che dovrebbe avere questo tipo di treni rispetto agli altri più economici, ossia, appunto, la velocità . Diciamo dovrebbe, e non ha, perché molto spesso capita che queste moderne e fulminee tigri delle rotaie accumulino ore di ritardo durante il tragitto, perdendo così la capacità d’ingolosire la clientela sottraendola ai loro cugini più lenti, meno costosi e meglio frequentati.
Julia soffocando il ribrezzo provato, conscia dell’impossibilità di fare diversamente, salì su quel mostro ingoia chilometri sperando di arrivare in tempo a casa per mangiare e poi correre al lavoro. Sapendo che tanto quel breve viaggio non l’avrebbe catapultata nel mondo di fantasia e ricami che lei solitamente trovava sui treni di ultimo livello, si era portata il computer munito di connessione internet. Alla prima fermata, il treno digerì e risputò una serie indefinita di anemici professionisti e ragazzetti universitari. In questo varietà umano di plastica, stava però nascosto, ansimante e smarrito tra le pieghe di tale marea incolore, l’uomo dalla lunga barba bianca, di cui purtroppo non sappiamo né origine né nome. Era un signore distinto, abbastanza anziano e vestito elegantemente. Al polso indossava un orologio d’acciaio con cinturino in cuoio marrone. Era solo e si andò a sedere quasi a fianco a Julia, sulla medesima riga di sedili. A dividere i due passeggeri vi era solo il sottile corridoio che taglia in due i vagoni dei treni moderni e forma una sezione di destra ed una di sinistra, classificate così in base alla direzione del treno. Julia inizialmente non trovò quel nuovo compagno di viaggio troppo interessante e dopo una rapida occhiata continuò la piacevole conversazione che aveva iniziato al bar virtuale che si stagliava sullo schermo del p.c. Passarono parecchi minuti prima che lei riuscisse, complice l’assenza di linea, a scollare lo sguardo dal computer e gettarlo intorno, così, solo per riabituare gli occhi alla dimensione reale. E fu proprio allora che notò, con malcelata curiosità, che il suo vicino, l’uomo barbuto, stava anch’esso chiacchierando con qualcuno. Non indossava nessun auricolare e non aveva tra le mani dispositivi per telefonare. Eppure parlava, e sembrava pure un dialogo interessante ed avvincente, fatto di scambi di battute ironiche, sottili e complici. Era intento a mostrare il biglietto a qualcuno seduto alla sua destra, lato finestrino, che Julia non riusciva però a vedere. Così, ormai completamente vinta dalla voglia di sapere chi fosse quest’altro compagno di viaggio che lei non aveva notato, s’era convinta a sporgere la testa leggermente in avanti per cercare di coglierne almeno il profilo od il sesso. Julia s’era fatta l’idea che si trattasse di una donna (per stupido pregiudizio) poiché l’uomo barbuto parlava all’altra persona talmente in modo dolce e con tanta tenerezza da lasciar intendere di essere in intimità con essa. Ma come la ragazza fece per lanciare la sua offensiva curiosa, il p.c richiamò, con un suono ben preciso, l’attenzione della giovane, la quale, senza esitare, abbandonò l’impresa e lesse avidamente la risposta che stava aspettando da minuti.
La connessione era di nuovo attiva. E Julia colse l’occasione al volo per informare del mistero a cui stava assistendo anche chi si trovava al di là del filo immaginario su cui correvano rapide e leggiadre parole intrise di errori. Ci fu uno scambio di battute sul nuovo argomento. Lui la faceva sempre ridere molto e lei non si tratteneva, si lasciava andare anche a gesticolare e fare piccole smorfie di felicità con il viso. Era davvero raggiante, Julia, in quel momento, camminava in una regione dell’anima che non ha distanze, confini, o difficoltà. Qualcuno, questo posto, lo chiama illusione, ma lei gli dava altri nomi, più semplici e forse per questo davvero profondi. Durante questa sua scorribanda di allegria, le scappò anche un piccolo riso rumoroso che si andò a spiaccicare proprio sull’uomo dalla barba bianca. Ed ecco che, neanche fossero sincronizzati insieme, entrambi i viaggiatori, si girarono contemporaneamente l’uno verso l’altra e si sorrisero a vicenda come farebbero nipote e nonno. Adesso la visuale era sgombra dal corpo dell’uomo, che, voltandosi, aveva concesso agli occhi di Julia di sbirciare oltre e svelare il mistero che l’aveva tanto incuriosita.
Il treno ormai si stava fermando. Erano arrivati alla penultima stazione prima di quella a cui sarebbe scesa Julia e l’ultima per il vecchio dalla barba bianca.
L’uomo si alzò, prese le valige, rivolse il viso ancora una volta verso la giovane viaggiatrice e chinò la testa come per salutarla. La ragazza lo fissò, per un solo istante, negli occhi e sfoderò di risposta uno dei suoi sorrisi più belli e sinceri. Si erano scoperti sognatori entrambi.

* Tratto da una vicenda realmente accaduta

Omaggi all’ipocrisia.

La traiettoria della vita di Enne. G. avrebbe potuto essere paragonata a quella di una goccia che dal cielo inizia a precipitare verso il suolo, desiderando compiere la traversata con un moto rettilineo, uniforme e costante. Purtroppo o per fortuna, però, non esiste una dimensione reale in cui nessun vento, nessun ostacolo, nessun imprevisto, materiale o artificiale, non si frapponga qualche volta tra il punto d’inizio e la meta d’arrivo. Di conseguenza, quindi, sia la goccia in questione, sia la vita di Enne. G. finiscono e finiranno sempre ad essere sballottate a destra e a manca, atterrando in pozzanghere lerce, sbattendo su cornicioni colonizzati da piccioni malaticci o scontrandosi con le teste, le facce e le vite di persone mai viste, magari poco inclini a lasciarsi bagnare senza protestare.
Enne. G. aveva ben poco da lagnarsi se nei suoi tentativi di condurre un’esistenza il più possibile mediocre finiva accidentalmente ad incappare in follie di ogni sorta che turbavano la regolarità delle sue giornate e dei suoi pensieri. Non si era, in definitiva, ancora completamente arreso all’idea che il mondo fosse popolato anche da esseri strani, sregolati, incontrollabili. Persone e animali irriducibili alla semplicità di un modello fisso, lineare, scontato. Così, ogni volta che gli succedeva di incontrare un’anima sopra le righe con cui, per una qualsivoglia ragione, doveva intrattenere un rapporto, veniva assalito da una sorta di disgusto misto, però, ad una scintilla di curiosità. Da un lato, infatti, Enne.G. si ostinava a vivere alla maniera dell’uomo qualunque, senza eccessi, senza trasgressioni, ma dall’altro covava dentro il suo cuore una specie di attrazione segreta verso tutto quello che era brillante, seducente, esagerato, estremo. Cercava sempre disperatamente di evitare gli individui che lo turbavano, che lo costringevano a pensare, a ripensarsi; esseri di cui in fondo aveva disprezzo e soprattutto che rappresentavano, con la loro pazzia, tutto ciò di cui aveva orrore. E tuttavia vi finiva costantemente addosso. Li attirava, di nascosto, per ammirarli, spiarli, analizzare le loro fragili certezze, confrontarle con la magnificenza delle proprie, chiare, limpide e regolari. Lui, infarcito di uno smisurato ego, si sorprendeva ad invidiare nel profondo della sua anima la libertà delle vite sregolate dei pazzi, la bellezza dell a-normale, il terrore che trasudano quei corpi privi di pudore, di misura. Le loro lingue senza freni, i loro gusti bizzarri, la loro ipocrisia che si tramuta in arma per smascherare l’inconsistenza del piccolo borghese dimentico di esserlo. Li odiava ma non poteva farne a meno perché erano, in fondo, proprio loro, i rimasugli di umanità, quelli che più lo amavano, lo consideravano, lo sopportavano e lo capivano.
Enne. G. era insegnante di musica presso la scuola media San Felice di Tonnebéve. Aveva una vita abbastanza ordinaria, scandita dai ritmi lavorativi e dallo studio del violino. Viveva immerso in una bolla d’amore costruita dall’affetto che sua moglie riversava su di lui incondizionatamente, rispettando le regole dei rapporti tra ben pensanti. Non aveva ancora avuto figli e ciò gli permetteva di dedicare molto tempo al proprio strumento e all’organizzazione di gite in campagna, in particolare sui prati che circondavano la piccola cittadina in cui abitava. Era un uomo molto pulito, odiava tutto quello che poteva sembrare o essere sporco, disordinato. Era ossessionato dai germi. Il solo pensiero lo infastidiva. Si sarebbe potuto definire una persona schizzinosa.
Una mattina come tante, mentre si dirigeva a scuola per fare lezione, gli capitò d’incontrare, seduta al bordo della strada, una ragazza magra, dai grandi occhi castani. Il primo pensiero che ebbe nel vederla lì, con indosso un abito leggero color del cielo, fu quanto fosse bella. Ma il secondo arrivò di corsa e sgomitando gli impose subito di vergognarsi. Soprattutto, lo invitò ironicamente a considerare quanto doveva essere “pulita” quella ragazza, seduta per strada, tra la polvere. La ragazza aveva inoltre tra le mani due fiori gialli e stava raccogliendone un terzo che penzolava solitario sul ciglio della carreggiata. Non era una via molto trafficata, moderna, ma assomigliava più ad un sentiero di campagna, nonostante non fosse troppo distante dal centro abitato, ed intorno vi erano numerosi prati.
Il pensiero numero due seguitò la sua opera di denigrazione mediante battute circa la sicura natura poco raccomandabile di una donna sola che, mezza nuda, se ne sta seduta per strada, come fosse “in cerca”; in più, come per dare corpo al disgusto appena nato in Enne. G., aggiunse:
” Ma poi, guarda quei fiori che ha in mano, chissà quanti cani vi hanno pisciato sopra nella vita e lei li raccoglie! Che schifo, non trovi sia orribile?!”
L’arringa del secondo pensiero si concluse con questa brillante intuizione e, sicuro della vittoria nel processo alle intenzioni, tacque soddisfatto.
Nel frattempo Enne. G. era ormai praticamente arrivato a lato della ragazza e nonostante il ribrezzo che aveva ormai riempito i suoi occhi non poté fare a meno di darle un’ultima occhiata. Girò il viso meccanicamente ed incrociò gli occhi sorridenti della fanciulla che lo fissavano con curiosità. Era davvero bella. Più che bella, affascinante. Aveva quel non so che di eccezionale che non lascia scampo e costringe alla resa. Enne G. fu assalito da una vampata di rossore, ma il famoso secondo pensiero, accortosi del rischio in cui stava per precipitare il proprio povero padrone, batté forte un colpo di tosse silenzioso e ricominciò a pontificare:
” I germi! Sai quanti schifosi germi ci saranno su quei sottili capelli? Dai è orribile! E poi vogliamo parlare di come saranno pulite e profumate le sue gambe? Lo vedi da qui che sono sporche. E’ pure senza calze, quindi il culo le appoggia a terra e avrà sporcato di polvere anche le mutandine. Ti prego, non pensarci neanche!”

La ragazza notò il rossore di quell’uomo che le stava passando a fianco e di scatto si alzò. Scostò con un gesto impareggiabilmente bello i capelli dal viso, poi frugò nella borsetta. Ne trasse una bacchetta simile a quelle usate nei ristoranti giapponesi, per mangiare il sushi, e la usò per raccogliere la sua chioma. Enne. G. si era intanto fermato e la guardava fare quei movimenti sinuosi, leggiadri, incantevoli. Lei non aveva smesso un solo istante di fissarlo dritto negli occhi con uno sguardo che non lasciava parole e dichiarava d’essere un misto di arroganza e compassione condito da un pizzico di curiosità, di sadismo. Infine, come se volesse provocare ancora di più lo sdegno di quell’omuncolo che le stava davanti, la donna si sfilò le scarpe, prese a camminare scalza nella direzione in cui stava andando Enne. G. e quando fu non troppo distante da lui disse:
” Non si preoccupi, signore, non sono una troia. Ma anche se lo fossi, lei può dormire sonni tranquilli, le troie di solito non sono letali, non inquinano, non ammazzano, non fanno guerre indegne. Si tenga pure il suo disprezzo, se lo leghi ben stretto alla vita che conduce così potrà continuare ad essere sereno nelle sue illusioni, nei suoi pregiudizi. Ah, un’ ultima cosa, mi raccomando, tenga poi a bada quel suo primo pensiero, che se no rischia, stanotte, quando sarà a casa, di scambiare lucciole per lanterne, o viceversa.”
L’eco di quelle parole si disperse nell’aria fresca di un maggio esplosivo. I fiori, i colori e il canto della vita che rinasce conquistavano ogni spazio di pensiero. Non sappiamo che fine abbia fatto Enne. G. dopo quell’incontro; noi abbiamo preferito seguire la ragazza vestita di cielo, camminare scalza sui sentieri dell’ipocrisia, per disturbare i pesanti passi di chi indossa stivali da guerra buoni per  tirare calci a ciò che non capiscono, abili ad etichettare i loro desideri per esorcizzarli.

Ego te absolvo

Tamburellava sul tavolo con le lunghe dita affusolate. Sembravano mani femminili da quanto erano bianche e curate. G. lo fissava dalla sua poltrona. Gli parve uno spettro, così, a penzoloni nella penombra; riusciva perfino a scorgere la crudeltà infilata tra le rughe di quel viso smunto, la rabbia repressa accovacciata dentro i suoi piccoli occhi porcini. Ebbe un brivido d’invidia per la cattiveria di quell’uomo magro, che da ore lo stava torturando con piccole domande apparentemente scollegate logicamente tra loro. Ma G. sentiva che vi era un nesso. Un fine ultimo a cui quei quesiti tendevano. Era lì, paralizzato dall’angoscia e stava assistendo da spettatore al dispiegarsi tragico di un’ignobile ragione teleologica.
Quell’astuto giudice lo voleva sottomettere, piegare. Voleva possederlo, entrargli dentro, soggiogarlo. Desiderava ardentemente la sua resa incondizionata e per farlo giocava come fanno i gatti durante la caccia, quando, dopo aver catturato la preda, non l’ammazzano subito ma la costringono a ballare per ore prima di sgozzarla.
Nella stanza si soffocava. L’afa appiccicava i pensieri alle pareti. I vestiti di G. erano impregnati di sudore. Puzzava di paura. I suoi occhi giocherellavano seguendo i granelli di polvere navigare nell’aria illuminati da una lama di luce che filtrava dalla finestra, eludendo la sorveglianza delle pesanti tende in velluto nero. Ma come l’aguzzino s’accorse di questa ingenua distrazione del ragazzo, si alzò e lentamente si avvicinò al finestrone. Si voltò. Guardò G. dritto in volto e non disse niente ma teneva saldamente stretto tra i denti un sorriso stitico che inchiodò subito dopo, come si fa con il peccatore alla croce, sulle proprie labbra sottili ed anemiche. Infine, tirò la corda che mosse la tenda e soffocò l’esule raggio di sole. Il buio adesso era rotto solo dalla fioca luce di una lampada da tavolo. G. represse un conato di vomito, ricacciandolo nelle viscere. Le gocce di sudore salate scivolavano copiosamente giù dalla sua fronte ampia, invadevano gli occhi, si mischiavano ai peli della barba e andavano a rapprendersi sul mento.
“Dunque dicevi, carissimo G., che non sorridi mai?”
L’uomo magro aveva ripreso a formulare le sue domande, dando le spalle a G. e fissando un’ampia libreria su cui erano stipati pesanti volumi di diritto, mischiati ad antiche copie della bibbia e ad altri testi sacri.
G bisbigliò una risposta affermativa.
L’inquisitore si voltò di scatto e disse:
“Non ho sentito! Ridi o non ridi qualche volta?”
I suoi occhi scintillavano di ira, la fronte era attraversata in diagonale da una grossa vena blu, che si era gonfiata per l’occasione. Piccoli tremiti scuotevano quel corpo magro e lungo che cercava di darsi un contegno.
G. rispose alzando gli occhi su quella losca creatura:
” No. Non rido mai”
Un silenzio eternamente lungo balenò nell’aria della stanza come fosse un lampo.
L’inquisitore si mosse, uscì da dietro la scrivania e girò intorno alla poltrona di G. Si mise alle spalle del ragazzo, chinò il capo su di lui e gli avvicinò quelle luride sue piccole labbra all’orecchio. Il suono di quel respiro sottile paralizzò G. La sua testa adesso era sgombra da ogni dubbio. Quel mostro l’avrebbe condannato a morte, ma non prima di essersi divertito a vederlo agonizzare.
” Sei un bugiardo. Io so che qualche volta sorridi. Io so tutto”
Scandì le parole con una precisione ed una lentezza disarmanti. Le aveva sussurrate come se avesse dovuto dirle all’amata, e proseguì:
” Non mi devi mentire, mio caro, piccolo, G.. Non devi dire le bugie. Non lo sai che è peccato? Ma sì che lo sai, lo sai bene.”
Il giudice, aveva preso a passeggiare su e giù, sempre alle spalle del ragazzo con le mani incrociate dietro la schiena. G non lo vedeva in viso ma sentiva quei suoi ampi passi da spilungone echeggiare nel caldo tremendo della stanza. Non rispose, le parole non avevano il coraggio di uscirgli dalla bocca. Era stanco.
“Che cosa devo fare con te? Che cosa devo fare con te?”
L’ uomo magro aveva lasciato cadere queste domande nel vuoto, schiacciandole sotto un pesante fardello di retorica. Cocci di silenzio rimbalzarono nell’aria. Il giudice ora si era fermato. Aveva l’aria di chi aspetta un treno carico di speranza. Attese qualche minuto ma l’ostinato mutismo del ragazzo lo costrinse a rassegnarsi ed uscire dalla sala d’aspetto per riprendere l’interrogatorio.
“Venerdì sei stato al mare vero? Ti hanno visto mentre tenevi la mano ad una donna. Lo sai che è proibito tenere la mano alle persone di sesso femminile? Lo sai che, secondo la legge devi ridere e non tenere la mano alle donne?”
Fece una piccola pausa. Adesso non voleva dare modo a G. di rispondere e riprese subitaneamente a parlare.
” Ma tu sai tutto, come me. Io e te siamo uguali mio caro. Perché ti convinci del contrario? Perché non ti rassegni ad essere ciò che sei. Perché insisti nel voler amare? Finiscila di aggrapparti a questo tuo buonismo becero e disgustoso!”
Fece un’altra piccola pausa ingombra di fremiti e ricominciò.
“Rassegnati, dunque, al cinismo dei vincenti. O se preferisci prendi ad esempio la loro stupidità. Imita chi tra essi non conosce e si piega alle regole, senza farsi domande. Ma a te non basterebbe, vero? Tu vuoi sa-pe-re. E allora non devi che scegliere, solo così potrai avere l’onore di fare domande a tua volta. Bisogna guadagnarsela la possibilità di chiedere. Guarda me, anni ed anni passati ad imparare il mestiere di giudicare. Cos’ho capito ora che lo pratico attivamente? Che l’uomo non deve esplicitare tutte le domande che ha in testa ma solo quelle che può permettersi di fare. La curiosità deve essere ben indirizzata! E’ per questo che abbiamo una legge. Per non lasciarvi soli a formulare domande inutili. La legge sazierà il tuo bisogno di sapere esaltando il dito indice della tua mano. Non ti basta questo?! Pensaci. Potrai chiedere, inquisire, scavare nelle vite delle persone, scovare i loro particolari più intimi. Loro te li diranno, perché hanno paura della legge e quando giurano, credono veramente di essere spiati, di venir condannati da Dio nel caso mentissero. Noi, mio piccolo G., siamo nati per infilare il nostro indice dentro il loro grasso ventre, risalire con esso fino al cuore, al cervello, sventrarli come maiali e stanare i loro tesori. Se ci pensi, non è meraviglioso? Nessuna donna e nessun uomo appagherà con la propria anima e con il corpo il piacere che da penetrare nelle teste spaventate degli imputati. Non sai quanto godo, mentre interrogo, a guardare le loro facce trite, smunte, spaventate. Non è un mestiere per tutti questo, bisogna saper gestire l’eccitazione, non esagerare, non ingozzarsi di goduria per non arrivare al punto di piacere massimo troppo in fretta. Il sublime è nell’attesa, nel vedere quei miserabili peccatori, traditori della legge, squallidi esseri pensanti, avere paura. Tu ora hai paura e il tuo terrore sta soddisfacendo le mie più alte voglie.”
Smise di parlare ma sembrava avesse appena finito di avere un rapporto sessuale. Era in estasi, fissava il ragazzo come se, però, non lo vedesse davvero. G. approfittò di quest’occasione per reagire. Prese a due mani l’ultimo barlume di coraggio che gli era rimasto e decise di scagliarlo addosso al proprio aguzzino. Si diceva:
“Morirò, ma non senza prima evirare nell’intimo questa bestia”.
G. si alzò d’improvviso dalla poltrona e sferrò un pugno dritto in faccia al giudice che andò ad accasciarsi a terra. L’uomo non ebbe tempo nemmeno di pensare a difendersi che ricevette un nuovo colpo. Un calcio in bocca di tale forza che il suono di denti in frantumi sembrò quasi una musica soave.
G. prese parola, puntando un ginocchio sopra il petto del giudice agonizzante e cercando gli occhi di quel relitto nascosti in mezzo al mare di sangue che gli ricopriva il volto. In mano brandiva un coltello con cui minacciava di sgozzare l’inquisitore se solo avesse provato a gridare.
“Adesso stai zitto, lurido porco. Adesso ascolti.”
G. prese fiato. I suoi lunghi capelli castani ricadevano con delicatezza sulle sue spalle forti. Era calmo, luminoso, e cominciò il suo discorso:
“Grave errore, caro dottor giudice, sottovalutare chi ha paura. Grave errore sottovalutare lo schiavo, chi soccombe, il dominato. Lo vedi? (ed indicò con lo sguardo il coltello) Lui sarà il nostro arbitro. Chiederemo a lui, che ti ha ascoltato, di giudicare chi di noi due sia il colpevole, e poi emetterà la sua sentenza. Ma prima deve sentire anche la mia difesa.”
G. disse queste parole con arroganza, quasi fossero una bomba inesplosa da anni che trova occasione per brillare in un’anonima giornata. Continuò dunque a parlare, stringendo forte nelle mani il coltello che presiedeva la corte della giustizia.
” Mi fate ridere, voi altri, che vi credete di essere immortali come Dio solo perché indossate la tunica da sacerdote. Voi mi avete insegnato a non domandare ma io ho trasgredito, chiedendo. Sono colpevole, certo, ma di aver capito. Ho scoperto che la vostra legge mente. Che la vostra legge è falsa. Che è carta straccia, buona per pulircisi il culo dalla merda. Ho scoperto anche che voi godete mentre condannate gli innocenti, mentre torturate i giusti, i pensatori, gli innamorati. Vi eccitate, vero, come mi hai confermato tu stesso anche prima, nel vedere la loro paura, il loro terrore aleggiare nell’aria?! Ebbene. Ti voglio confessare una cosa, un segreto. VOI non siete mai riusciti ad entrare davvero nelle testa di una sola delle vostre vittime, nemmeno per un istante. Sappi che siete solo degli impotenti che non possono fare altro che spiare il vigore altrui per provare piacere. Guarda! Guarda me, la vittima, adesso, sopra di te. Io sì che ti sto penetrando. Non vedi con quanta forza riesco ad entrarti dentro? Con che prestanza ti sottometto e stupro tutte le tue occasioni di liberarti? Ti controllo, ti spio, so tutto di te, ti sto leggendo nell’anima. Io, io ci sono riuscito, non tu! E dimmi, miserabile, chi di noi due ora è il giudice e chi l’imputato? Non dibatterti, sai che è inutile. Dovresti dirmi grazie invece di mordere con il pensiero l’idea di ribellarti. Io ti sto riportando entro i ranghi del tuo ruolo da subalterno, ti sto riconducendo alla Legge. Hai creduto, e ti sei ingannato, di essere tu il potere ma non s’è mai visto un potere tremare a terra, piegato sotto il peso del presunto vinto. Sappi, quindi, che sei stato un vincente soltanto nel recinto sociale in cui hai fino ad ora sguazzato con gli altri maiali come te. Adesso, questa lama, riporterà la realtà entro i limiti della verità e tu sarai salvato, verrai assolto, con la morte, da ogni peccato. Ringraziami, io ti libero”
G. finì la sua arringa tremando di gioia. Il futuro adesso non aveva più nessuna importanza perché il presente diventava infinito, si dilatava, lo risucchiava in una spirale d’immortalità e lo consacrava all’eterno. Conficcò il coltello con precisione chirurgica entro la giugulare del giudice che lo guardò riuscendo appena ad abbozzare un sorriso soddisfatto prima che tutto il suo sangue dilagasse sul pavimento.