Noi

Seduti sull’orlo della notte
come perle incastonate tra il cielo e il mare
costruivamo di sogni barche e coraggiosi velieri
liberi di andare alla deriva
nel filo del tempo per
infrangersi infine
contro silenziose albe.

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Mimosa

Una colata di alberi ricopriva la collina. Qualche cenno rosso screziava le ciocche verdi che, rigogliose, cadevano libere verso il mare: tutto, a prima vista, sembrava perfettamente adeguato alla stagione. Un tutto così rassicurante. Impeccabile: un paesaggio impeccabile. Ma la mimosa era impazzita. Aveva partorito fiori gialli, prematuri, fuori luogo e fuori tempo. Sembrava di vederla ridere in mezzo a quella marea di fogliame secco, a quel marrone rossastro accarezzato dal cielo grigio. Era lussureggiante, come paralizzata in sorriso muto, ironico, smarrito e orgoglioso insieme che percorreva l’aria di quell’inverno tradito. Falso, smascherato nella sua incoerenza. O forse anche, e meglio, inconsistenza. Un’inconsistenza labile, da malato immaginario. Stava lì, seduto come in una sala d’attesa, rannicchiato nelle sue certezze, nei suoi schemi cristallini e bianchi, pronti a cadere a fiocchi su ogni cosa al momento giusto. Ma la mimosa, quella maledetta mimosa, aveva rovinato tutto. La si vedeva, folle, in ogni dove, sbattere la chioma aurea e ridicolizzare Gennaio. Lei, lei sola aveva osato scuotere le leggi del torpore invernale e sbottonare i propri rami per dare in pasto al mondo il colore dei suoi fiori e correre, bella, tra le processioni di pini tutti uguali, sempre verdi, così bigotti e spenti. Una sottile tensione percorreva l’aria, come se tutto il paesaggio si trovasse appallottolato in una grande trincea ed aspettasse.
Noi in tutto questo c’entravamo poco. Eravamo solo spettatori. Non era la nostra guerra. Stavamo lì, seduti sul bordo di un sentieruccio, ricurvo e gobbo, che segava quella collina tempestata d’oro e parlavamo del più e del meno. Fumavamo. Io giocherellavo con una conchiglia di mare bianca, piccola, insignificante e nemmeno troppo bella. L’accarezzavo, me la portavo spesso all’orecchio e ascoltavo. Ascoltavo il suono del mare. Era incredibile come un guscio vuoto, disabitato, mezzo rotto potesse reggere ancora con forza le dirompenti tracce del suo passato. Ed io, le sentivo. Le sentivo muoversi nell’aria mentre stavo sdraiata sulle rive di quella straducola di montagna. Vedevo le onde. Mi ci immergevo, mi ci riempivo la testa. Annusavo il sale, gustavo l’acre profumo di alghe e godevo di un senso di mollezza, d’indefinito, di fluido. Di sconfitto. Respiravo forte, a grandi boccate, il mare. Quel mare che vedevo, adesso, così da lontano e che in fondo non si era mai avvicinato troppo. Non mi era mai davvero appartenuto. Mi assomigliava e ne avevo paura. Mi spaventava il suo perpetuo moto, la sua agitazione, quel suo sinuoso bisogno di scontrarsi contro le rocce.
Lui, intanto, raggomitolato vicino a me, parlava, parlava, parlava e malediva tutto ed il suo contrario. Le sue parole, come polline e polvere, si davano al vento per poi ricadere intorno tra i rami di pino e i fiori di mimosa.
Non potevamo fare di meglio. Non c’erano alternative, soluzioni definitive. Si faceva quello che si poteva: e noi aspettavamo l’ospite, per accompagnarlo oltre la sua miseria, le sue paure, l’orrore. Per avvicinarlo ad altri orrori, ad altri non sensi, ad un nuovo universo di cartone e di lucine colorate appese ad alberi finti immobilizzati su strade di cemento grigio. Avrei voluto che facesse presto ad arrivare in modo che tutta l’operazione si svolgesse il più rapidamente possibile così saremmo potuti tornare, io e lui, ad ascoltarlo blaterare sciocchezze ed annusare fette di mare da un guscio smunto di conchiglia.
Lo vedemmo, in lontananza, che era già il tramonto. Veniva verso di noi piano piano. Era stanco. Trascinava quasi le gambe.
Lui prese il suo sacco e si mise a tracolla il bambino, come amava chiamarlo. Io mi tirai su di scatto, allungai le braccia in alto e mi stirai un po’ la schiena. Sentivo un leggero freddo farsi largo sotto la giacca ma lo ignorai. Quando l’ospite ci fu vicino, gli strinsi la mano. Ci presentammo velocemente tutti. Quei nomi inventati così, sul momento, mi facevano sempre ridere tra me e me. Non lo facevo apposta ma mi sceglievo inconsciamente quelli più bizzarri, lunghi, complessi e arcaici come “Bartolomea” o ” Gelsomina”. Improbabili, incomprensibili e distanti. Quasi fossero il segno di un solco tracciato tra me e la fatica di dirsi che era tutto inutile. Un muro invisibile eretto tra noi e l’Impossibilità, un confine sorto del nulla per impedirci di accettare che l’ essere perdenti, per quanto eroico sia, resta sempre tale. Il concetto, in sé, non cambia nemmeno se ti sforzi di agghindarlo con il più brillante romanticismo. E noi lo sapevamo, certo, lo sapevamo, la sentivamo dentro questa verità. Capivamo tutto, noi, eppure andavamo avanti. Lo facevamo. Tentavamo comunque. Perché?
Arrivammo al bivio concordato quando le stelle entrarono nel teatro della notte. Gli spiegammo dettagliatamente dove si trovavano gli altri e gli dicemmo che lo stavano aspettando. Ci salutò con un sorriso che apprezzammo e un grazie che non capimmo. o forse non era un grazie quello che disse bensì un “che Dio vi benedica” ma in fondo non aveva molta importanza in quel silenzio che lo spingeva alle spalle lontano da noi.
Mi sentii di colpo stanca e infreddolita. Guardai lui al mio fianco: aveva l’aria di un uomo che cammina bendato su un percorso imparato a memoria. Fumava e fissava il buio nel punto in cui l’ospite era scomparso. Taceva. Era affaticato anche lui. Nell’oscurità screziata da una piccola luna amputata potevo distinguere meglio le sue rughe e quegli occhi chiari, buttati nel vuoto, cerchiati di rosso. Così mi apparivano o forse li immaginavo tali e mi piaceva semplicemente confondere il sogno e la realtà. C’incamminammo lentamente e all’alba fummo di ritorno. Il freddo aveva, quella mattina, le qualità dei migliori assassini: silenzioso, paziente ed invisibile. Come un cecchino, stava appostato sull’orlo del giorno e giustiziava la speranza. Guardai gli alberi di mimosa ricoperti da una sottile bava bianca  e mi venne in mente quello che mi aveva detto un vecchio contadino un paio di giorni indietro:                                  “Alla prima gelata le perdiamo tutte, queste belle mimose”.

Gabbia…

Guardava fuori e vedeva onde di ricordi infrangersi sulla scogliera. Era l’alba. Gli sbadigli della piccola città scuotevano la quiete della notte; qualche motorino lontano falciava i resti del silenzio onirico che minuto dopo minuto svaniva veloce nell’aria fredda di settembre. In strada, s’aggiravano lente le voci dei lavoratori pendolari: il loro Ieri ricominciava, li inghiottiva, li risucchiava nella spirale del quotidiano. Le loro facce non avevano espressione e la loro andatura somigliava a quella di piccole formiche operose che s’arrampicano sul tronco della vita tutte imbacuccate nei loro esoscheletri neri muniti di cravatte bizzarre.
Lei sorrideva, da sola, affacciata al balcone, mentre vedeva di sfuggita tutto questo scorrere di risvegli che si snodavano in rigagnoli di sbadigli e scivolavano per i vicoli di G., piccola città borghese in cui bisogno è sinonimo di superfluo.  Aveva in mano un bicchiere di vetro blu, colmo di caffè, e sgranocchiava di tanto in tanto un biscotto al cioccolato. Anna respirava piano, si nutriva degli avanzi di notte che ancora galleggiavano in cielo, mentre si lasciava avvolgere dalla luce del mattino che cavalcava il nuovo giorno. Pensava alla sua vita, a quel suo traboccare oltre i bordi del normale, costantemente, in ogni sua scelta. L’estremo la perseguitava, la Forza la rincorreva, l’andare Oltre era diventato l’inevitabile. Inevitabile per lei, che aveva sempre avuto un così disperato bisogno di affogare nel mediocre senza riuscirci mai. Aveva l’impressione che non dipendesse dalla sua volontà essere un’eccezione e frequentare solo eccezioni. Le persone si affannavano a sembrare, a fare, a dire cose speciali per essere diverse e lei, invece, che lo era davvero, senza volerlo, ne soffriva. Si chiedeva, occhi puntati sul mare, fino a che punto avrebbe premuto l’ acceleratore in quella nuova corsa. Non lo sapeva di preciso. Sapeva solo che stringeva nella mano sinistra un caffè nero e nella destra un miscuglio di metallo e legno, a forma di “elle” rovesciata. Anche quella mattina poteva essere La Mattina..
Il campanile suonò otto volte e per otto volte, Anna, aveva contato. Condivideva anche lei, in fondo, qualcosa con gli Altri là fuori, i normali: era la routine. Ovvero l’abitudine a ripetere sempre, tutti i giorni, qualche gesto preciso, alcune mosse particolari che, alla fine, diventano parte integrante del tuo essere. Sembra quasi che l ‘Esistere, in definitiva, abbia scelto la ripetitività dell’atto per trasferirsi nei nostri corpi, per impregnare i nostri organi.
Anna era dunque il suo caffè nero, sorseggiato sempre e soltanto sotto l’occhio del sole nascente. Anna era gli otto rintocchi, il piacere e l’orrore, l’adrenalina e la paura, di usare il suo indice destro per spezzare il conteggio. Ma forse, soprattutto, lei era quel “troppo tardi” sussurrato quando l’eco della campana vibrava ancora nell’aria e gemeva l’ultimo grido prima di perdersi nell’orizzonte lontano.
“Anche oggi ci tocca” Diceva tra sé e sé mentre s’affrettava a portare in cucina i resti della colazione e si rassegnava a vestirsi.
Anna, come molti altri, aveva un animale domestico, solo che il suo era un pò meno affettuoso del cane e un pò più invadente del gatto. Era un grosso gabbiano bianco e grigio che ogni giorno, planava, fiero, sopra il tetto del palazzo per poi atterrare sulla ringhiera del balcone della ragazza. Rimaneva lì per circa un’oretta e poi ripartiva. Spesso si era spinto ad entrare fino in casa, in cucina precisamente: mirava al bidone della spazzatura, tentava l’impresa, senza troppo sperarci. Qualche volta, in effetti, aveva racimolato un pezzo di pesce o di pollo piccante ma la fame non sembrava essere il motivo principale di quelle sue visite mattutine. Semplicemente, forse, si trovava bene a casa di Anna e aveva capito che lei non aveva intenzione di farlo fuori. La ragazza per lui non era una minaccia come solitamente lo erano gli altri umani. Le piaceva fissarla. Inclinava quella sua testa rotonda e la guardava con quell’occhio da papera che ad Anna faceva abbastanza impressione. Regolarmente emetteva un verso fortissimo. Era terribile a sentirsi così da vicino. Anna lo detestava. Ogni volta le rimbombava nella testa come un’esplosione.
Una mattina Anna e la sua colazione stavano ammucchiate sul balcone. Aspettavano l’eco della campana. Come sempre. Il sole giocava a coprirsi con veli di nubi grigie. Il silenzio era assordante. Ad un tratto Anna alzò gli occhi, come se l’avessero chiamata da lontano: lo vide. Lo vide arrivare. Maestoso, trionfante, borioso. La ragazza ebbe un conato di vomito. La mano destra cominciò a tremare e con lei la “elle” rovesciata che serrava nel palmo. I suoi occhi s’incollarono a quell’essere che si stava avvicinando rapidamente per intrufolarsi ancora nella sua intimità. Ebbe paura. Sentiva salirle in gola la rabbia, la ribellione. Avvertiva il desiderio irrefrenabile di pronunciare un “no”. Un “no” categorico. Che avvolgesse tutto, che creasse un muro impenetrabile contro cui lui si sarebbe schiantato all’arrivo. L’avrebbe visto sgretolarsi, spappolarsi, spolparsi completamente contro un rifiuto convinto fattosi barriera impenetrabile.
Fu un attimo, un lampo, un’illuminazione improvvisa. Una decisione irreversibile dal sapore plumbeo. Un colpo. Le otto in punto.
Poi fu silenzio, calore, colore. E nulla più.

Rose

Sono chiuso in una torre di cristallo.
E cosa vedi da questa torre di cristallo?
Vedo il mare.Tutti vedono il mare dalla torre di cristallo perchè
Tutti portano dentro un mare silenzioso di cocci di bottiglia.
Poi cosa vedi?
Vedo le ombre degli alberi agitarsi sul pergolato.
Le ombre? E non vedi anche gli alberi?
No. Non c’è sole per vederli. So che sono spogli
so che sono desiderosi di sapere.
E poi? E poi cosa vedi? Cosa vedi? Cosa vedi dalla torre?
Vedo annegare i sogni in rigagnoli di assurdo.
Sono sogni fragili, delicati. Sembrano rose. Rosse.
Rosso sangue.

Aquiloni.

“Quando avrò i capelli abbastanza lunghi” diceva A., “diventeranno i fili a cui attaccare i tuoi aquiloni.”
Poi volgeva gli occhi scuri e profondi, scrutava il cielo. Sorrideva timidamente. Si fermava, come sospesa, ad immaginare. Sognava.
Lui l’ammirava perdersi in quei suoi piccoli deliri, ogni sera, mentre faceva due o tre tiri rapidi di sigaretta, sul balcone, affacciato verso il mare. Seguiva il fumo danzare a piccoli passi nella notte. Gustava lo scintillio della brace che ardeva. Ignorava il tempo, il suo trascorrere, il suo transitare lento e costante. Era proiettato nel domani, lui, mentre A. era paralizzata da un presente continuo. Immortalata, come fosse solo una fotografia, in un preciso giorno che  continuava a ripetersi. Le sfumature non contavano più ma c’erano. Esistevano e lei non avrebbe potuto, ancora a lungo, fare finta di niente.
A. rifiutava la realtà e tutti i suoi vassalli che si agitavano confusi verso il Dopo. Negava il contingente pur essendoci rimasta intrappolata. Come una perla era rimasta rinchiusa nella sua conchiglia a spiare il mondo per averne terrore, fino a quando K. non frantumò, una sera d’estate, quel suo guscio creduto inviolabile e la costrinse dentro il Reale. Un Reale diverso però, un Reale screziato di Assoluto. Aveva finalmente ricominciato a parlare, solo che le sue frasi sembravano polvere dentro una bufera. Da quel giorno, i suoi sogni avevano preso a camminare sul filo della notte. Si erano fatti confusi, sembravano coriandoli lanciati nel vento. A. li vedeva volteggiare nell’aria come tante piccole ballerine colorate. Cercava di afferrarli ma il pensiero era privo di segni e diventava intraducibile. Dava vita così ad un balbettio senza senso, una melodia fatta di suoni slegati, dissonanti, meravigliosamente confusi.
A. non aveva mai smesso d’essere sorridente. Era il suo pregio migliore e non lo perse neppure quando il lungo silenzio l’aveva avvolta in una grigia nebbia suddivisa in tante sbarre sottili. Lei le vedeva, le toccava, ogni notte. All’alba sparivano. Si dissolvevano, diventavano invisibili e così poteva dormire. Chiudeva gli occhi e s’abbandonava. Viaggiava verso altri luoghi.
K. la raccolse in uno di questi lunghi sonni. L’amava per la sua fragilità. Per quel suo essere bella anche quando non avrebbe voluto. I sui gesti, i sui sguardi, avevano un qualcosa di lontano, un qualcosa del Domani. Ricordavano l’ assenza, la distanza,  le ombre che il sole crea al tramonto, d’estate.
“Perché parli solo al futuro?.. Nel senso, perché.. usi solo verbi al futuro?”
“Del presente, io, non sono sicura!”
Era un po’ di tempo che A. gli era sembrata diversa. La sentiva, e la immaginava, come un battello a cui lentamente si sciolgono gli ormeggi, spintonato dolcemente sulle onde, solo, senza nessuno sopra che abbia voglia e tempo di condurlo a destinazione. Era sola nella sua testa. Era sola senza esserlo davvero. Ed alla fine, infatti, se n’era andata, senza troppi giri di parole, in silenzio, per paura di disturbare il sonno degli altri e soprattutto quello del suo guerriero, l’unico uomo sulla terra a cui lei aveva regalato tutto, anche la sua discrezione. Era partita una notte come tante, in un fine agosto qualunque che sarebbe, da quel momento, diventato immortale per K. Avrebbe preso posto tra gli anni da ricordare, i mesi da non dimenticare, le ore ed i minuti scolpiti nella memoria per sempre.
“L’estate ha il sapore dell’ arrivederci.”
Aveva scritto solo questo A. Nient’altro. Poco dopo, aveva preso l’ultima rincorsa, dal centro della sala, in direzione del mare. Aveva sorriso perché lei era sul tetto del mondo. Sul tetto del mondo e oltre.

La superstizione dell’orizzonte

Notti passate ad accorgersi del volo di barche lontane. Quelle Notti in cui il mare si mischia con il cielo, l’orizzonte diviene solo una superstizione e L’Assoluto una certezza. Tutto, allora, sembra chiaro, possibile, inafferrabile.
Erano anni che G. non riusciva più a gustare il sapore del silenzio, degli sguardi che si smarriscono a rincorrere considerazioni inattuali. Erano secoli che non si lasciava coccolare dal suono dei sorrisi da immaginare, da scoprire, dietro l’ombra lunga dell’attesa. Aveva quasi dimenticato cosa significasse essere amato.
“Le barche, là in fondo, volano, vedi?!”
“Sì.” “Non c’è altra spiegazione. Volano.”
Scoppio di risa. I cocci di un delirio senza uguali si spargono ovunque. E’ il Destino che si affaccia tra le stelle e osserva compiaciuto due anime che si attorcigliano alla propria felicità.
La felicità. Un concetto di cui avere sempre paura ma a cui non si può rinunciare se non per stupidità. E loro, A. e G., non avevano fatto come tutti gli altri, là fuori, che strisciano sulle loro strade illuminate artificialmente, spogliati di senso, completamente agghindati e perfetti, ciechi e distratti, passivi. Mascherati come fosse sempre carnevale. Un carnevale di niente.
Loro due no, non avevano potuto a lungo farsi trascinare dalle illusioni. Avevano deciso di assaggiarsi fino in fondo. Di mordersi per lasciarsi segni indelebili. Avevano scelto di essere felici, contro tutti ma senza rinfacciarlo. Senza bisogno di rinfacciarlo. Bastavano a se stessi e non erano mai soli. Entrambi sapevano che ogni istante era un significato da decifrare, che arrivava da lontano, da un Eterno che travalica l’Adesso.
“Dove vai?”
“Esco. Pensavo di uscire.”
“Sei sicura?”
Le mattine avevano un retrogusto di dolcezza. Miele e arancio, disturbati da gocce di sale. I gabbiani volteggiavano nell’aria e s’erano abituati all’idea di volare ancora prima di nascere. G. e A. gli assomigliavano. Erano un po’ così anche loro, sempre in movimento, con la testa, con il cuore, con le gambe. Arrivavano e ripartivano subito dopo, in direzione ostinata e contraria. Ricordavano una musica scomposta, discordante, singhiozzata ma indimenticabile.
La sera era l’incerto a soppiantare la quiete.
” E se tutto questo si arrestasse di colpo? A volte ci penso.”
” Hai dubbi? Non sei convinto?”
” Non hai capito. Ti mancano ancora le sottigliezze della lingua”
Sorrisi velati al tramonto per aspettare ancora le notti senza fine, le stelle che ascoltano i discorsi e spiano le domande. Nel buio, ogni sensazione veniva amplificata. Le montagne diventavano cose vive, le rocce sul mare respiravano. Respiravano veramente. E loro due s’affacciavano di nuovo sul futuro. Un futuro da ricamare, fatto di progetti da accatastare in file ordinate tra le “questioni pratiche”.
“Il lavandino. Va bene… Il lavandino ormai è un’ ossessione. Te lo metto!”
“Con calma, non c’è fretta.”
Sorrisi infiniti.
Il tempo s’era invertito. Il sole non aveva più il suo posto prediletto tra gli astri: ora c’era la luna, che infondo c’era sempre stata. Bisognava solo dare il nome giusto alle cose che si sono sempre sapute. E non è mai semplice.

Ermetica.

Sotto cieli tersi, pieni d’abbandono, hanno parlato di te ma tu non hai ascoltato. Hai voltato il viso, lentamente, schiacciando con gli occhi orizzonti sorridenti. Sei andato smarrendoti entro insenature di contraddizioni, giochi di luce ipnotici, maledizioni sospese in gola, fino a ritrovarti tra l’essenza della negazione. Ora, dopo secoli di paura, hai il volto affondato nella tranquillità di un cuscino. Hai una donna, accanto a te, che accarezza dolcemente le tue insicurezze, la tua sensibilità che travalica il reale.
Di cosa manchi?
Perché di qualcosa manchi. I tuoi occhi trasparenti vivificano l’aria intorno, la rendono carica di abissi in cui sarebbe folle immergersi troppo presto. La paura prenderebbe la gola, il respiro si farebbe affannoso ed irregolare. L’anima evaporerebbe. Ogni emozione avrebbe il retrogusto amaro del terrore. Eppure è necessario farlo. Farlo fino in fondo.
Di cosa manchi?
Sei sdraiato. Sorridi alla notte, reggi tra le mani un libro. Sei rintanato dentro la bellezza, sotto un cielo color fragola scura. Pioverà forse. Per dispetto, per farti cambiare umore. Per permettere all’acqua di toccarti. Lo accetti.
Non hai alternativa? No. E così pieghi la testa e ti lasci colare via, tra le onde del tuo destino. L’abbandono può avere screziature instabili e meravigliose. L’hai scoperto infine! E in più, non troppo tardi così che tu possa ancora assaggiare la tua rarefatta pace senza pentimenti, senza lucchetti. Senza guardarti sempre le spalle.
Ma di cosa manchi allora?
Non può essere d’innocenza, né di distrazione e tanto meno d’incoerenza. Non manchi certo di dolore perché lo trasudi con ogni tuo gesto. Non hai bisogno di amore: Lei è lì accanto a te, guardala ancora. E sopra di te hai l’Immenso. Non sei solo. A questo scandalo del galleggiare che tutti ignorano tu hai opposto resistenza. La tua piccola rivoluzione del Senso ti ha risucchiato entro nuovi baratri di grandezza.
E continui tuttavia a mancare di qualche cosa! Non si tratta, forse, d’imperfezione? Di necessità?
Questa tua mancanza apre Significati, distende pieghe di comprensione. Assomiglia a quel tuo gesto semplice, fatto la mattina, o la notte, quando ti accanisci sul letto per appianare le grinze del lenzuolo. Il vostro lenzuolo. Ti piace tesare le coperte, renderle omogenee. E lo fai con garbo, delicatezza, senza troppa forza.
Di cosa manchi?
Suona il telefono. Rispondi. Il tuo viso cambia, si scioglie in rabbia. La controlli, ma solo perché lei ti sta guardando, lì al tuo fianco, e ti chiede di perdonare il modo in cui sei venuto al mondo. Lei è dolce, sai, con te, come non lo era mai stata con nessun altro. Ma tu eludi lo sguardo ( e lo fai raramente) adduci ragioni. L’accusi di non sapere abbastanza. E lei si piega, s’arriccia, si sottomette all’ impossibilità di aiutarti.
L’amore sembra non amare la speculazione. Sembra…sembra preferisca l’irrazionale tuffo nel buio luminoso di una strada in riva all’ Oceano.

Samir Khedija: enfant.*

L’aria satura del canto delle cicale avvolgeva l’uliveto sopra la collina, ai piedi della quale stava rannicchiato il mare, silenzioso ed immobile. Lui, così espanso ed immenso nella sua finitudine, s’andava a schiantare, liquido e compatto, contro il cielo di cui bagnava il profilo. Fu allora, sul bordo della sera, che dalle sue onde sottili affiorò ad un tratto una mano, né bianca né nera, fragile e minuta come fosse quella di un bambino, la quale cominciò subito, da piccola qual’era, a divenire più grande. S’allungò, si dilatò in ogni senso, perse i contorni, la sua forma, ed infine si ramificò. Cominciò così ad assomigliare ad un albero dai rami giovani, scossi dal peso del vento, e la si vide lambire l’invisibile sottigliezza rintanata nella luce del crepuscolo.
La notte venne di schianto, con il suo carico di stelle messe lì dall’Architetto del tutto, in file precise, secondo ragione, e avvolse la mano dai lunghi rami, ormai robusti e pieni di piccole gemme verdi. Nel buio, la mano-albero crebbe velocemente, arrivò a toccare la collina ove gli ulivi riposavano. Li scosse, s’avvinghiò loro con affetto, raccontò, ma senza parole, la sua storia. Allora gli alberi, udito il dolore, indicarono in coro la strada verso la città, ed annusarono la vendetta. Ebbero timore e pietà insieme per il compiersi del disegno. I rami della mano-albero s’avvilupparono subito, determinati, alla polvere del sentiero, colarono veloci lungo la collina, s’andarono ad appoggiare sui tetti delle case e vegliarono nel silenzio l’ indifferenza sterile del sonno altrui. Rimasero immobili, così, in una vertigine a metà, per qualche tempo, aspettando che il sole decidesse d’ incominciare ad arrampicarsi tra le nuvole.
L’alba in divenire accolse il ricorso della mano-albero e concesse la sua luce affinché diventasse come il proiettile per la rivoltella. La mano albero, guidata dal Giorno, lasciò quindi che i suoi rami abbandonassero i tetti, strisciando giù per i muri, e raggiungessero le porte delle case. Bussarono allora forte contro il legno degli ingressi, sostenuti dal fischio della bufera e dal silenzio degli uccelli, spettatori muti del canto del mare.
Nelle case, gli abitanti si stropicciarono con forza gli occhi, e sentiti quei tonfi grevi ed insistenti, che turbavano l’ora della colazione, andarono ad aprire all’ospite inatteso.
Si spalancarono infine le porte ed i rami, ormai pieni di rigogliose foglie verde scuro, avvolsero, senza più nessun indugio, i colli grassi dei villani. Li soffocarono, uno ad uno, avendo cura d’infilare nelle loro bocche, gonfie di urla secche ed abortite, una gemma giovane e brillante come ricordo della vita che ritorna e si riprende la forza e la linfa che invano i miserabili tentarono di rubare.Era l’ora del tramonto e venne il silenzio. Era in abito di pace, ed era un silenzio giusto, screziato di futuro, di orizzonti frantumati su cieli tersi ed immensi, in cui perdersi senza paura d’affondare in mari trasformati in cimiteri o soffocare in terre divenute tombe. Era un silenzio che come una Ninna nanna ripeteva dolcemente le parole del Ricordo:” Non dimenticare! Ma cammina leggero sul filo dell’abbandono, senza paura… Un giorno.. Un giorno ancora da venire ti troveremo sotto gli ulivi e ti ringrazieremo.”

* In ricordo di Samir Khedija, morto nel campo profughi di Calais( Francia) nel 2015.

جبريل

Arenati sulla spiaggia, al confine tra l’eterno e il forse, controllati dall’occhio pallido della notte, parlavano del niente d’ogni cosa. A volte si perdevano tra labirinti di silenzio che lui, G., non capiva e di cui, in fondo, aveva paura. Le chiedeva spesso cosa pensasse, cosa provasse quando vedeva gli occhi di lei adagiarsi sul pelo del mare e seguire il dondolio costante delle onde. Mara allora girava  piano il suo viso e accompagnava il suo sguardo in quello di G. Non rispondeva. Sorrideva, abbassava la fronte e lasciava ricadere la sua anima sull’imperfezione sottile della spiaggia. Ne coglieva i cristalli di sale e sospendeva il respiro. Sapeva di non dover dare risposta. Era lucida e aveva capito che l’unico modo per afferrare la bellezza è incatenarla al presente, all’istante. Destituire il futuro, costringere alla ritirata le truppe dell’aspettativa assassinandole a colpi di ragione, di logica. Erano opposti, lei e G., in tutto. Interessi, esperienze, classe sociale, sogni, credenze ma lei l’ aveva scelto tra tanti e voleva lasciarsi contaminare da lui.
Mara, intelligente, aveva imprigionato fin dal primo momento in cui incontrò G. ogni slancio istintuale. Aveva tarpato le ali al desiderio, al progetto, al Domani per non spezzare quel fragile fiore che era G. Ma si sa che l’animo ribelle studia costantemente, in clandestinità, il modo per far esplodere la rivolta ed in Mara, sovversiva senza saperlo, cresceva quindi il bisogno d’ immaginare il ragazzo nel suo scorrere quotidiano. E quel silenzio, che lei ostentava ogni tanto con lui, era il suono della repressione destinata a fallire.
G. era un pianeta lontano su cui era approdata dopo un lungo viaggio e in cui era stato facile sdoppiarsi per rincorrersi ai margini della strade. Si era inseguita, Mara, correndosi dietro intorno a palazzi di senso, fino a che un giorno, verso sera, aveva finito per scontrarsi con se stessa all’ angolo creato da due facciate in cemento di un’ alta torre. Si trovò allora faccia a faccia con una sconosciuta e si stupì di quanto bella fosse, di quanto le assomigliasse. La vedeva felice ma non la conosceva, l’ammirava e s’incantava a fissare quel suo sguardo screziato dal Sempre. La invidiava e per l’invidia che provava un giorno la rapì, la fece a pezzi, e la ingoiò, costringendola a vivere dentro di sé. Mara digerì così la rivolta e diventò incapace di aspettare, di godere dell’Oggi, di piegarsi all’assenza. Voleva l’assoluto.
Una notte, verso l’alba, lei e G. erano insieme. Ridevano. Ridevano e giocavano senza malizia. Ad un tratto, una piccola frase pronunciata da G., liberata nella notte con leggerezza ed ingenuità, fece esplodere l’intrattenibile destino e Mara spezzò finalmente il silenzio. Quel religioso silenzio che teneva sospeso ed in tensione il filo del sogno. Lei trafisse l’incanto con poche parole e lasciò scivolare nell’ombra la speranza. Mara impugnò una forbice di frasi e tagliò il giorno, lo sbriciolò al di là del confine, al di là dell’attesa. G., travolto dal fiume lento di parole dette sottovoce, ammirò sconcertato svanire l’inizio in mille frammenti di fine ma, incapace per natura d’ingannare, non provò nemmeno a mentire e quindi lasciò che le briciole di quel Noi appena nato si disperdessero nel mare. Poi, finita la sottile bufera, presero a camminare piano, fianco a fianco, sostenendo le loro anime di suicidati della notte, con le teste basse e gli occhi rossi. Era quasi mattina.
G. guardava Mara, ora muta, trascinarglisi vicino e la sentiva vibrare d’angoscia. Decise allora di Raccontare, per regalare a Mara una giustificazione, una certezza che sollevasse l’animo di lei dal peso del dolore. Non disse troppe parole, narrò soltanto una storia. La sua storia. Intraducibile, lontana, disperata. Ne parlava come fosse stata quella di un altro. Mara, ascoltò senza interruzioni, parole dette in una lingua che non avrebbe dovuto capire ma che, come per incanto, comprendeva totalmente. Quando ricadde il silenzio, Mara seppe che esiste un uomo al mondo capace di racchiudere in sé l’orrore ed il sublime insieme, un uomo che sta al di là del bene e del male.
Capì d’averlo perduto quando lui le disse di non restare ancora sola, di superarlo. Sentì allora un vuoto crescerle attorno e soffocarla. Non l’avrebbe mai più rivisto. Per scelta? No, per orgoglio. E non si voltò nemmeno quando lui le disse, rincorrendola, di cercarlo e la supplicò di piegarsi al presente, alla certezza dell’assenza. Quando la pregò, piangendo, di trasformarlo in quello che più le piaceva ma senza pretendere la sicurezza della ripetizione dell’istante.
Ripetizione dell’istante? A Mara rimase impressa questa sintesi di ciò che segnava la frontiera tra lei e lui, ma era troppo tardi per tornare indietro, per cedere, per lasciarsi sconfiggere. Così, varcò, senza problemi, l’alba, passeggiando piano, in riva al destino e si adagiò sulla consapevolezza della mancanza.
Lo amava davvero e continuò, senza fine, a cercarlo nei volti del mondo, ad aspettarlo, ogni notte, sull’orlo del domani sperando che ritornasse da lei.

Non si può arrestare la notte.

Seduti sul bordo di un muro appoggiato su una collina di scogli grigi, ricoperti di corpi vivi ed assonnati, ammucchiati lì, sull’orlo del mare, come tanti gusci d’uova colorati, G. e Anna parlavano mischiando lingue diverse e gesti . Sorridevano, si studiavano, si ascoltavano. Era notte, il sole aveva lasciato il cielo da ore per fare posto al brulicare luminoso delle stelle silenziose. Una luna monca penzolava dalla nera volta. Non faceva troppo caldo, in quel ritaglio di spazio appeso al filo immaginario tirato tra due ricami di culture. Si capivano Anna e G.. In fondo erano simili. Due viaggiatori del pensiero capaci di disegnare cerchi bianchi in cui saltare insieme per costruire un nuovo Noi,  figlio del tempo sospeso, della dimenticanza che non ha frontiere.
G. ed Anna avevano preso a saccheggiare ore alle notti per poter mischiare le loro menti, incastrare trame di senso, orizzonti di significati. C’erano volte in cui si divertivano a marcare la loro propria identità, a celebrare il particolare, a sottolineare la differenza sorridendo di una distanza solo apparente, immaginata e tradotta in gesti nati per affascinare. Lei sorrideva spesso e lo ascoltava discutere, sfiorata dal buio, nascosta sotto spesse coperte di lana, appoggiata al muretto che fissava il mare. La strada era diventata una grande casa. Assomigliava vagamente ad un letto disfatto, ricoperto di storie; oppure ad un salotto in cui sorseggiare vite, emozioni, sentimenti. Era un non luogo ove anestetizzare il ricordo della crudeltà, la violenza del dolore subito, il viaggio mai finito. Le automobili passavano piano, morbosamente scrutavano la scena, s’avvicinavano lente al confine, fagocitando ipotesi, sputando sentenze silenziose. Alcune però suonavano il clacson. Erano quelle guidate da chi aveva deciso di credere ancora che gli uomini abbiano il diritto di essere liberi. Da quando s’era arenata sugli scogli, resistendo alle avversità quotidiane, l’idea che il mondo sia senza barriere, s’era visto rivivere un lembo di terra fino ad allora insensato. La frontiera: una virgola insignificante di spazio a cui nessuno aveva mai prestato attenzione,  una linea immaginaria che separa e categorizza, che stabilisce l’esistenza di un qui e di un là. Adesso quella bava di cemento ed asfalto, appoggiato sul mare, sapeva invece di vita e di lotta .Era abitata, condivisa, su di lei, in bilico tra la paura e la gioia, uomini e donne commerciavano la bellezza,  praticavano lo scambio, ingannavano l’attesa ridisegnando ricordi e promesse, desideri ed aspirazioni. Aspettavano tutti insieme, sostenuti dal bisogno, seduti sulla sponda di un fiume chiamato libertà.
Anna era rimasta incantata, fin dal primo minuto in cui lui le aveva parlato, dal modo in cui G., dolcemente, scandiva le lettere. Pronunciava le parole piano, a bassa voce. Le vestiva di una sfumatura musicale indescrivibile che aveva la forza di contaminare di bellezza chiunque l’avesse sentita. Come un virus morbido, la sua inflessione di voce s’ era insinuata  sotto la pelle di Anna e l’ aveva infettata. Il ragazzo seguiva spesso la curiosità dei propri occhi che, trasparenti, attraversavano il tempo per narrare vicende successe mille anni prima. Era colto, G., e senza sforzo riusciva a lasciar scivolare fuori la propria visione del mondo con cui circondava la sua interlocutrice. Anna e G. amavano leggere entrambi ma non le stesse storie. Lei, infatti, era vittima della letteratura contorta che lascia il passo alla pazzia mentre G. infarciva il suo essere di versetti sacri, dettati dal mistero, quelli in cui la poesia è al servizio del concetto e forse, proprio per questo, nonostante fossero attratti da narratori differenti, si ritrovavano insieme immersi nell’emozione dell’abisso, nell’estasi che si crea quando lo spirito invade ogni regione del senso e tutto diventa favola, storia, racconto.
Alle due del mattino, si erano messi a passeggiare. Erano scesi sugli scogli con un balzo e costeggiavano l’acqua in silenzio. Ogni tanto lui l’aiutava a superare qualche passaggio difficile e la guidava sulla strada da seguire. Le camminava davanti, coccolato dal buio, avvolto in una coperta, il capo nascosto dal cappuccio della felpa. Il suo passo era lento, magico, sembrava sollevarsi al di sopra della terra, per sfiorarla leggermente con la punta delle dita dei piedi. Lei lo seguiva e si sentiva triste. Avrebbe voluto fermarlo, abbracciarlo, tenerlo accanto a sé, stringerlo e non permettergli di andarsene. Perché questa volta se ne stava andando via davvero, G., e lei lo sapeva. Dentro di sé, Anna, aveva capito che, dopo settimane passate ad aspettare, incastrato tra la terra e il mare, era finalmente giunto per G. il momento di scivolare al di là di quel confine che separa i sogni, che traduce la violenza in limiti, in varchi, in permessi e negazioni. Quel che era accaduto lì, nella parentesi costruita sul mare, nei giorni addietro, non poteva fermarlo, non era così forte da chiedergli un sacrificio, da trattenerlo in quel paese che per lui non aveva significati da decifrare. Non poteva rimanere in un posto che, in fondo, aveva per lui il sapore di una sala d’attesa, in cui ci s’incontra e si parla con gli altri per fatalità, per caso. Di tutti quei loro discorsi costruiti sul bordo del muro che s’affaccia sul mare non sarebbe rimasto che il ricordo di una mancanza. Un dardo, forse, conficcato nella loro memoria per tutto il tempo del futuro incerto che ancora avrebbero dovuto vivere G. ed Anna.
Camminarono così, per circa un’oretta, stringendosi nel mutismo della consapevolezza. Entrambi non avevano molta voglia di cedere al pianto e così rimasero zitti, incatenando l’emozione al destino. G. si fermò e si lasciò cadere delicatamente su di uno scoglio, tirò fuori dalla tasca il tabacco e si fece una sigaretta. Anna gli si era messa vicino e fissava l’acqua nera di fronte a lei. Erano arrivati insieme fino al confine del cerchio, ma G. si sarebbe presto alzato per varcare quella linea sottile che delimita il Noi, condannando entrambi ad essere di nuovo due semplici Io che migrano soli. Due corpi che s’intrecciano con l’ignoto. Due anime senza bisogno di patria.
G. fumava piano,  sembrava confondersi lui stesso con le onde del fumo che lentamente si disperdevano nell’aria. Tremava, ma non di freddo. Ad un tratto, si voltò verso Anna. Spense la sigaretta e le prese la mano. Non disse nulla ma i suoi occhi bucarono il silenzio. Partiva.
Era quasi l’alba. Nell’aria s’avvertì sempre più forte un canto sottile e leggero, nato  per lasciare, per recidere le catene, per dire a tutti che non si potrà mai arrestare la notte che ha deciso di varcare i confini del giorno, per sognarsi diversa.

Giro di Valzer. O storia di un certo inconsistente

Seduto sul divano, di una casa non sua, imbracciava lo strumento che si era trascinato dietro per molti chilometri e lo pizzicava con attenzione, sembrava coccolarlo come avrebbe fatto con un vecchio guerriero. Era mattina. Loro, i padroni, lo guardavano con curiosità celata dietro a chiacchiere di circostanza, sorseggiando un caffè robusto. Quell’essere, appollaiato su cuscini sfatti e logori, in un non-luogo che non gli apparteneva, muto e triste, era accartocciato nell’inconsistenza della sua natura. Ignaro, suonava l’inconsapevolezza del proprio animo. I suoi occhi bucavano il vuoto intorno, attraversavano le parole, erano ciechi all’emozione e ruotavano smarriti senza meta per la stanza, rimbalzando contro punti immaginari e qualche volta anche sulle dita che svelte s’agitavano nel premere le corde dello strumento. Centellinava le parole, il musicista di passaggio, come se fosse geloso di tradire la sua maschera che lentamente, negli anni, si era cucito addosso e non riusciva più a togliere. La ostentava,anzi, la celebrava con quel suo mutismo, con quella sua alterigia che sfiorava il ridicolo.
N. era il nome con cui 27 anni prima l’avevano battezzato ma avrebbero potuto e dovuto, forse, chiamarlo Edipo perché del personaggio tragico condivideva egli la plasticità dell’essere, la passività con cui subiva l’Alterità, le circostanze, il destino. Non la tragicità: quella non appartenne mai nemmeno all’ Edipo vivente, a cui il tragico sfuggì, scivolandogli costantemente dalle mani. Il Tragico, si sa, rimase per lui sempre un passo avanti. Il triste Re lo rincorse, si sforzò in vita d’afferrarlo, di farlo suo, ma con le dita riuscì a palpare solo il gusto del subire, del dogma senza sostanza, fino alla fine, fino alla morte.
Morte che per il finto eroe segnò, tracciò, finalmente, quel taglio netto che la vita poté sfruttare per inoculare in lui il sofferto Tragico, siero micidiale che lo liberò dalla propria intangibilità. Nel fasullo eroe sorse, solo quando fu morente,  la pesantezza, la profondità, l’abisso del pensiero che durante il quotidiano esistere gli fu negato toccare e possedere e, liberato, lo Spirito cominciò a vagare tra emozioni che prima gli erano inaccessibili. Amò, allora, ma senza colpe, sé stesso e l’Altro. Morendo-Si fu raggiunto dall’alba del sogno e s’infranse il cerchio in cui aveva rinchiuso la propria bellezza, la corona tonda con cui si era cinto, senza titolo, il capo.
Morire si può anche in vita. Ogni notte lo si può fare abbandonandosi al sogno ed al desiderio privo di corde appese al collo, ma N., come Edipo, non lo sapeva fare. Almeno non in quel frangente della sua vita ove era ancora troppo interessato a darsi un tono, a proteggersi dalla Bellezza, per poter tagliare la maschera con forbici dorate e sgusciare fuori dai propri limiti abbandonandosi alle correnti del desiderio.  K., smarrita nella mollezza di N., si chiedeva dentro di sé, come avrebbe  suonato la sua musica quel ragazzino se  fosse stato capace d’evadere dal proprio Io. Sarebbe stata nuova, di sicuro, misterica, affascinante. Quel suo strumento avrebbe raccontato fiabe terribili, dato vita a mostri incantevoli, irresistibili, a sirene a cui piegare la propria anima, invece di restare a galleggiare sul già detto, sulla banalità resa sterile dalla tecnica. Se avesse saputo quanto in alto, quelle note, avrebbero potuto andare se solo lui non gli avesse legato le ali ,con nodi stretti d’acciaio, forse avrebbe infranto l’ortodossia del copione. Quali e quanti orizzonti colorati avrebbe saputo cavalcare la melodia che sarebbe uscita da  quel corpo ora vuoto, se solo  non fosse stata imbrigliata nel dovere.?
K., sognava gli altri, N. sognava sé stesso e non era capace di uscire da quell’incubo chiamato Io. Ecco dove abitava, nascosta nel sogno, l’incommensurabile distanza che separò gli animi dei due ragazzi, i quali, solitari, respirarono per qualche ora la stessa aria chiusi in una stanza d’altri ancora, una mattina di giugno, come tante ce ne sono. Si sorrisero talvolta, per circostanza lui, per compassione lei e non s’incontrarono mai. Viaggiarono sempre su lunghezze differenti, su treni poggiati su binari fluidi, gocciolanti differenze, lontananze, delusioni.
Edipo-N.,schiacciato dalla vita, si dimostrava pavido di fronte alla scoperta, alla verità, alla novità, alla diversità. Si era privato degli occhi per non comunicare, li aveva resi vetri, insensibili al mondo, per paura, per disperazione. Non gli restava, se voleva sopravvivere, che istituzionalizzarsi, diventare un surrogato d’Uomo, un progetto musicale. S’incastrò quindi in un ruolo, in una grande recita, sfruttando le note del suo strumento per liberarsi dall’incapacità sperando segretamente che nessuno s’accorgesse mai di quest’inganno, di tale bugia.
K. lo sbriciolò, con un solo tocco. Lei aveva scoperto che non N., infatti, meritava ammirazione, bensì lo strumento che tra le sue mani ridava corpo al nulla. Non quell’uomo, inabile a viversi, era tragico, ma le corde di quel mezzo che solo poteva dargli un’anima.
Se perdesse, pensava la ragazza, ora, adesso, l’uso delle dita, crollerebbe come un castello di cenere alla prima bava di vento. Di lui, dell’N.-Uomo, nulla resterebbe in piedi, verrebbe disperso nella mediocrità del mondo.
N., privo di sostanza, nebuloso e leggero come l’aria, aleggiava sulla curiosità dei presenti che avevano deciso di accoglierlo, ed ospitarlo per una notte, a dormire nella loro esplosiva umanità tutt’altro che normale, affascinati dalla musica che il ragazzo sapeva creare.
La freddezza con cui lui trafficava con la propria presenza era stupefacente; riusciva a recitare il suo ruolo inconsciamente e così bene che pochi avrebbero saputo intravedere dietro all’attore ed al copione il noumeno di un Uomo,l’essenza prima di quel corpo immaturo, di quel viso comune, classico, senza eccezionalità alcuna. K. sola vi era riuscita.
Lei, così fragile e anomala, pallida e allegra, fissava l’ospite, lo trapassava, lo bucava e strappava a quelle note vomitate nell’aria un senso Altro, un grido di dolore che tradiva incapacità e disagio. Lo commiserava, certo, lo compativa, forse, per quella sua pochezza, per l’assenza completa di spessore, di peso, che lui aveva. Le faceva tenerezza, come fosse stata davanti ad un uccellino, ed avrebbe voluto donargli un filo di seta con cui tessere un abito di musica da vestire sempre, anche di notte, che lo proteggesse dalla quotidianità. Oppure avrebbe potuto cucire lei stessa per lui i suoni che sputacchiava in giro e restituirglieli legati insieme, affinché li indossasse come un’armatura, la sola, capace di dargli sostanza e consistenza. K. scrutava i dettagli di N. e vi trovava l’Edipo sconfitto, vinto, martoriato, inetto che si trascinava cieco, appoggiandosi completamente alla forza femminile della volontà. Lo immaginava così, in marcia verso la speranza di liberarsi, prima o poi, della sua inconsistenza. K. si rese conto che sarebbe dovuto passare ancora molto tempo perché quel giovane potesse davvero dirsi Uomo. Forse, pensò la ragazza, s’accascerà in terre non consacrate, non pure, e spezzerà la narrazione, il destino, sé stesso. Forse, solo allora proverà l’ebrezza di conoscere la propria natura e non avrà più bisogno che un tiranno a sei corde lo costruisca, gli dia corpo, voce, anima, sostanza e dignità.
K., avvolta nell’afa come gli eroi nella loro gloria, era invasa da mille e mille pensieri mentre parlava del più e del meno, a tavola, con gli altri commensali tutti riuniti davanti al pranzo tranne il musicista. Lui non mangiava, non voleva mischiarsi in quel che non capiva. Aveva paura di essere contaminato, sporcato, da ciò che non gli assomigliava.
La ragazza, costellò l’aria di parole. Raccontava aneddoti, storielle senza capo ne coda, descriveva passaggi di vita, rideva con gli altri presenti. E guardava N., di soppiatto, di sfuggita. Osservava la sua noia. Il ragazzo era per lei un frammento di umanità che stava altrove, lontano, disperso in giri di vento sconosciuti. Sembrava seduto sul divano ma in realtà camminava da altre parti, assorbiva la consistenza di tutti senza farsi notare, rubava a piene mani la loro Umanità, per capirla, per studiarla per confrontarla con la sua, per disprezzarla. Aveva questo difetto, N. , non sapeva d’essere inconsistente e non sentiva, che in pochi momenti, la propria piccolezza. L’umiltà non gli apparteneva e l’arroganza era mal gestita. Un inganno quel suo essere silenzioso.
K .non conosceva niente del musicista se non che suonava molto bene, eppure l’aveva avvertito , l’aveva colto, strappato dalla propria sicurezza e lui ne era cosciente. Infatti s’imbarazzava, la fuggiva, ne aveva timore. Sapeva che il confronto con la Pazzia avrebbe destabilizzato e messo a nudo la sua inconsistenza e per questo emigrava  gli occhi, come i pavidi, come i soldati che vanno a morire al fronte ubbidendo ai comandi. Magari avesse disertato il proprio ruolo, avesse ammutinato la sua persona e avesse vissuto, per una  parentesi, la gioia di essere altro-da -sé, dal proprio personaggio.
K. all’arroganza di N., alla sua stupida inconsapevolezza oppose  la crudeltà dell’educazione, dei modi buoni, della formalità. Non c’è cosa peggiore al mondo che partecipare al balletto delle convenzioni: ogni giro  di  danza è un insulto alla vita, alla bellezza, soprattutto se i ballerini sono esseri anomali e rari che si fanno violenza per eseguire lo schema del ballo. E così, finito il pranzo, i padroni di casa accompagnarono il musicista al primo treno, lo aiutarono a caricare i bagagli, con un sorriso falso e sterile, lo salutarono, lo liberarono dalla loro bellezza. K. ascoltò il suono metallico e splendido sprigionato nell’aria dai gemiti dei binari calcati dal peso dei vagoni e si sentì felice di veder rotolare via una delusione. L’ennesima che il mondo fuori dalla bolla le dava. L’ennesima che avrebbe appallottolato e buttato insieme alle convenzioni, agli affetti vissuti per dovere. Alle formalità.

Parentesi

Getteremo coriandoli sui vostri passi
e voi calpesterete filari di spine
Armeremo i nostri sogni con farfalle di cartapesta
e voi verrete invasi da dubbi grevi come macigni
Diventeremo voi masticando acini di bugie
e voi diverrete noi tessendo fiumi di libellule
Saremo allora liberi di contraddirci
e l’odio si rovescerà in vasi di concetti splendenti
Li venderemo al giusto prezzo, al mercato del buon senso
su banchi grondanti sorrisi.

Come farfalle

Ailine avrebbe potuto restare ad ascoltarla sognare per giorni interi. Amava rimanere in silenzio, vicino a lei, e lasciarsi incantare da quei piccoli ed involontari movimenti che avevano le sue labbra durante il sonno. Le vedeva curvarsi, leggermente, a destra o a sinistra, attraversate da lievi tremiti, quasi impercettibili, che conferivano a quella bocca un che di liquido, di ondoso. Anche gli occhi, ombreggiati da sottili e lunghe ciglia chiare, si agitavano senza tregua. Ailine poteva immaginarne le pupille, nascoste dalle palpebre, inseguire chissà quali immagini grandiose, quali quadri colorati di mondi irreali in cui Anna si stava avventurando. Ogni tanto le accarezzava i capelli che, lunghi e spessi, ricadevano sopra il cuscino. E, per non svegliarla, lo faceva delicatamente come se stesse sfiorando i petali di una rosa che va sfiorendo. Era talmente bella Anna, così, avvolta nel suo sonno, intenta a lasciarsi galleggiare sopra le profondità dell’abisso onirico, che sarebbe stato un vero delitto riportarla di colpo alla realtà con un tocco di mano più pesante degli altri e spezzare l’incanto del tempo che si sospende, si annulla, svanisce oltre i confini del reale, del razionale. Purtroppo, prima o poi, come sempre, l’avrebbe dovuta svegliare per darle la pastiglia, per curarla, lavarla, cambiarla, nutrirla.
A volte Ailine la lasciava dormire un po’ di più e ritardava di un poco sull’orario delle medicine, perché sapeva che quando Anna avrebbe ripreso coscienza, uscendo dai suoi sogni, avrebbe spalancato i suoi grandi occhi scuri sul vuoto intorno. Poi, remissivamente, si sarebbe chiusa, come al solito, nello scrigno del silenzio, in quel mutismo che non lascia spazio alla speranza e sbatte a tutti in faccia il peso degli anni più duri. Vederla così, soprattutto quando la si conosceva da sempre come succede solo ad una figlia con la propria madre, la feriva e per questo, spesso, rimandava l’ora delle cure. Era in continua guerra con sé stessa Ailine: da un lato cercava disperatamente, ogni giorno, di soffocare il proprio egoismo ed assolvere il proprio compito, dall’altro avrebbe voluto lasciare che Anna potesse dormire un sonno senza più risveglio, sollevarla dal peso delle ore, dai ritmi estenuanti di un’esistenza alla deriva.
Ailine guardava quel corpo rattrappito dalla malattia, ricurvo sotto i colpi del tempo, leggero e fragile come una nuvola, e non riusciva a riconoscervi i dettagli di quello della donna forte, bellissima, determinata ed allegra che la faceva giocare da bambina e le aveva insegnato a vivere sempre senza mollare. Dov’era finita, ora, quella signora alta, un po’ robusta, dalle grandi mani da massaia, che l’aspettava sulla poltrona in salotto, ogni sabato notte, quando lei, ormai già grande, usciva a divertirsi e faceva tardi?  Era davvero ancora lei, sua madre, quell’ essere che ora giaceva docile e senza parole, con il viso smunto e grigio, sul letto, fissando imperturbabile lo scorrere delle stagioni da dietro il vetro della finestra senza mai nemmeno lasciarsi scappare un suono che non fosse un lamento?
Lo era, sì, lo era ancora ed Ailine ne aveva certezza guardandola dormire. Solo in quel frangente, infatti, la rivedeva ridere ed indossare il proprio viso con la semplicità della bellezza. Le rughe che lo solcavano non si facevano più testimoni di sofferenza ma conferivano a quel volto una sfumatura dolce come il volo di una farfalla. Anna, sua madre, riprendeva fiato dalla morte stando accoccolata nei propri sogni di vita, in regioni lontane e splendenti dell’anima, in quelle periferie del desiderio che si snodano nell’irreale, nel fantastico, nell’assurdo. E Ailine, lasciandola assopita nella sua memoria, la proteggeva dallo squallore di un male che la stava divorando.
Erano passati ormai cinque anni da quando il morbo l’aveva colpita e adesso di quella donna solare ed instancabile che era stata Anna, non era rimasto che un mucchio d’ossa dai grandi occhi spauriti che si introducevano nello scorrere dei giorni come soldati stanchi in terra straniera. Ailine, ogni volta che uccideva, richiamandola alle cure, i sogni di Anna, moriva un po’ anche lei e sentiva crescerle dentro il desiderio inconfessabile della fine. Sperava, segretamente, che un qualunque dio prendesse sua madre in cura  ridandole la dignità di gioire, addormentandola in un attimo che sapesse ancorarla all’eternità. Non si poteva dirlo ad alta voce, questo inconfessabile desiderio, ma lo si poteva, nel proprio infinito animo disperato di figlia, concepire. Si poteva pregare, ogni notte, affinché il giorno successivo, quella donna simile ad un vegetale, fosse finalmente Libera. Profondamente Libera, come nessuno in vita potrà mai essere. E forse si poteva anche, inconsciamente, favorire l’accadere di questa maledetta libertà. Spezzare il dolore riversandovi sopra il proprio rischio, giocando a scacchi con la propria coscienza  sperando nella vittoria dell’avversario. Anzi, lasciare che esso si aggiudichi la partita senza fare resistenza, agevolarlo scordandosi le mosse, dimenticandosi le regole, titubando e rimandando. E così fu.
A fine maggio, in una mattina di sole, esattamente 5 anni e sei mesi dall’inizio della sua malattia, Anna non si svegliò più. Ailine l’aveva chiamata, l’aveva accarezzata, le aveva preso la mano ma il silenzio ballava sulle anime dei vivi e su ogni piega che le ombre gettavano intorno al letto. Sul comodino il flacone di medicine stagnava intatto nella sua inutilità. Ailine lo prese, andò in bagno e lo rovesciò nel gabinetto. Tirò lo sciacquone, richiuse la porta e tornò da sua madre che dormiva di un sonno incantato. Aveva disegnato in viso un filo di sorriso, gli occhi chiusi, la testa leggermente inclinata sulla sinistra; sul cuscino, ricadevano lunghe onde argentate e lucenti, colpite da distratti raggi di sole che allegri passeggiavano per la camera. Era davvero bella.

E tutto sarebbe finito.

Rovesciare quel maledetto tavolo. Mandare tutto all’aria, far cadere a terra quegli inutili soprammobili, quegli avanzi di vita vissuta, quelle inezie che lo disgustavano e gli ricordavano quel che era passato e quello che ancora doveva venire.
G. avrebbe voluto prendere e girare sottosopra quell’ammasso di legno con appoggiati addosso gli scarti di un’ esistenza vissuta nel disordine. Li vedeva ad uno ad uno, accumulare polvere, sbiadire sotto i colpi del tempo e aveva cominciato ad odiarli. Ogni tanto si fermava a rimirare con raccapriccio e rassegnazione tutti gli oggetti che componevano la fauna ricca e varia di quel tavolino. C’erano bollette da pagare, libri di poesia, riviste di musica datate e smunte, monetine, qualche molletta per capelli, volantini di ogni tipo e fotografie. Già: le fotografie. G. non riusciva più nemmeno a toccarle. L’ultima volta che vi aveva provato, un nodo gli era salito così repentinamente alla gola che gli era parso di morire all’istante. Adesso le ignorava o le vessava con sadismo. Le lasciava soffocare sotto metri di polvere e bigliettini da visita. Le schiacciava apposta con nuovi libri, solitamente quelli che non avrebbe più riletto. Certe volte, se qualcuna di queste foto riusciva ad evadere da sotto i macigni che lui vi aveva posto sopra, lui la puniva facendole rivestire il ruolo di poggia tazzine. Finirono tutte, così, per essere sfregiate dal caffè che regolarmente colava sopra di loro a piccole gocce, tracimando dagli argini di porcellana. I volti che esse ritraevano erano diventati maculati e confusi, avevano perso la loro identità. I corpi erano entrati nell’anonimato ed alcuni erano addirittura completamente irriconoscibili; i paesaggi si erano guastati a causa degli aloni neri  e nel complesso  erano andati  smarrendosi in un miscuglio nuovo di onde colorate od in bianco e nero. I significati dei momenti immortalati nelle fotografie erano stati rovesciati nell’indifferenza del tempo, nell’unificazione caotica del non senso, tornavano ad essere interpretabili, ermetici, esoterici. Nessuno tra gli amici ed i parenti di G. sarebbe stato capace di risalire, da quelle foto, all’originale attimo che vi era impresso sopra. Solo lui sapeva dove e quando erano stati fatti quegli scatti ma ora li rinnegava, come rinnegava sé stesso, la sua vita, le certezze che lo costruivano.
G. fissava quel tavolino stracolmo di pezzi d’individualità irripetibili , lo incrociava con lo sguardo e sentiva salirgli dentro il desiderio assurdo di distruggerlo. Avrebbe tanto goduto nel veder volare per aria tutti quei libri, tutto il loro contenuto che a nulla era servito se non a caricare la sua vita di sofferenza. Come ripeteva spesso ai suoi amici : “L’infelicità che ad ogni riga letta penetra nel cervello di chi legge  meriterebbe di essere smascherata, di essere resa palese.”. Ed aggiungeva : “Le poesie ti rovinano la vita, sono farmaci che ti ammazzano velocemente, se ne abusi, o piano piano, se li assumi a piccole dosi. Il risultato però è comunque lo stesso, soffrirai ad ogni nuovo volume che chiuderai e impilerai vicino agli altri, sulle mensole”.
Eppure G. continuava a divorare libri, li comprava, li gustava lentamente oppure li beveva tutti d’un sorso. Non poteva fare a meno di tenerli tra le mani, di lasciarsi corrompere dai mondi incantati che racchiudevano. Alcuni gli rimanevano incisi nell’anima ed altri si smarrivano tra i meandri di una memoria incerta, fragile, lasciando però dietro di loro impressioni indelebili che inconsciamente lo guidavano verso l’onirico, nei boschi bianchi del sogno, ove sugli alberi crescono speranze o delusioni, e a terra, tra l’erba, si trovano nomi ed idee abbracciati insieme. In questi spazi sconfinati dell’intangibile abitano farfalle dal volto umano che parlano di sentimenti e raccontano storie di uomini e topi, di delitti e di castighi e proiettano con le loro ali, volando, ombre di bisogni in cui credere. I libri tracciavano per G. regioni incantate in cui navigare ma dimenticavano sempre di disegnare anche le barriere che marcassero il limite ultimo con la realtà. Così il sogno, l’incerto, il contraddittorio si mescolavano al reale e l’uomo scorgeva sui muri formiche inoperose, oziare tranquille accarezzando i tramonti, sentiva ragionamenti impeccabili dirsi liberi mentre, tenendo appese al collo collane di piombo dorate, annegavano in mari di quotidianità;  infine, vedeva aleggiargli intorno concetti con gambe lunghe intenti ad affondare nella melma del non detto, sentimenti ed amori incantevoli impegnati a scivolare sull’ invisibile confine con la realtà, precipitando così nel fallimento delle convenzioni sociali.
G. non riusciva quasi più a sopravvivere all’inganno che i libri creavano intorno a lui, mischiando il vero con il falso del concreto; soprattutto pativa  quello che alcuni di essi erano riusciti a tessere astutamente intorno ai suoi pensieri e che l’uomo aveva finalmente stanato. Fu proprio grazie a questa presa di coscienza che G. decise, per rappresaglia, di confinare sul tavolino i testi che reputava maledetti, i quali, sommersi dall’abbandono, giacevano ora solitari e silenziosi in esilio.
G. covava verso quei libri solo odio e rancore e sperava che, prima o poi, avrebbe trovato il coraggio di rovesciare il tavolo e buttare via tutto. Il caos allora avrebbe ballato su quelle pagine ingiallite e gonfie di polvere, le avrebbe calpestate per far loro sbavare sulle piastrelle le vocali e le consonanti, le virgole e i punti. G. s’immaginava ,eccitato, che i concetti sarebbero schizzati via impazziti, unendosi alla fuga degli slogan dai volantini. Probabilmente anche le cifre delle bollette sarebbero sgattaiolate altrove, seguendo l’orda di Doveri e Piaceri che s’accalcava verso l’uscita per scappare alla mattanza che l’uomo stava facendo in difesa del cambiamento, della normalità, del banale, del mediocre.
Tutto sarebbe finito se solo lui fosse riuscito a girare quel dannato tavolo e trovare il coraggio di ripartire da zero, di abbandonare tutte quelle che fino ad allora erano state le ragioni della sua vita. Ma il suo sogno di rinascita s’era incastrato da anni nel varco della realizzazione e G. stava ancora aspettando di vederlo comparire per chiedergli di aiutarlo ad emergere dall’oblio in cui era caduto.
G., in fondo, voleva la normalità, voleva scrollarsi di dosso, come i granchi, la vecchia corazza della sregolatezza ed entrare nel finto equilibrio degli Altri. E così, tutte le sere, guardava quel meschino tavolo pieno di cose e prima d’addormentarsi provava a pensare di alzarsi dal divano e rovesciarlo. Dopo un po’, come al solito, smetteva di fissarlo e si dirigeva verso il letto con un libro in mano. “Domani”, si diceva sempre prima di aprire il volume ed iniziare a leggere.

Lungo il domani

Quasi blu.

Decapitavano papaveri, stando assopiti ad occhi aperti, sdraiati su un tappeto d’erba verde. Lo sguardo rivolto verso il cielo s’andava ad infrangere su montagne di nuvole nere che lente s’avvicinavano una all’altra. S’abbracciavano, s’intrecciavano, mescolavano le loro sostanze e si trascinavano piagnucolose proprio sopra le teste dei due giovani. Anita volse il capo alla sua sinistra, puntò i suoi grandi occhi scuri su G. e gli disse:
“Siamo alla resa dei conti. Pioverà”
Il ragazzo, non si voltò. Rimase come assorto ad inseguire quelle parole gettate nell’aria fresca, quasi burrascosa, che le faceva vorticare davanti a lui. Ne seguiva i giri, le capriole. Vedeva le lettere aggrappate ai loro suoni, ondeggiare nel silenzio dell’attesa.
“Anita?”
Disse G. ad un tratto, spezzando il vuoto intorno. E senza aspettare risposta aggiunse:
” Mi aspetterai? Mi aspetterai per tutto il mio lungo domani, quando dovrai riempire i minuti con i ricordi?”
Anita aveva già voltato il viso di nuovo verso lo sconfinato grigio del cielo. Sembrava avesse smesso anche di respirare da quanto era immobile. Tra le dita, le era rimasta la testa mozzata e rossa di un grosso papavero. Stava appassendo in agonia, senza fiatare.
Un tuono rimbombò minaccioso e vicino. Il vento aveva preso a farsi più vigoroso e spingeva via l’indugio, travolgeva la titubanza. I ragazzi s’alzarono, senza guardarsi, e svelti, sotto le prime grosse gocce di pioggia, si rifugiarono ai piedi di un grande castagno. Anita aveva gli occhi dell’abbandono, le labbra della mancanza, il pallore dell’incertezza. Non parlava ma avrebbe voluto. Doveva solo trovare la forza per dirgli che lo amava e per mentirgli nell’aggiungere che l’avrebbe atteso. Tagliare il gioco?.
La pioggia accarezzava ogni cosa. Ci sono attimi in cui, all’apice del dolore, ci si accorge di ogni singolo dettaglio che ci circonda, dalla tela sottile di un ragno alle venature delle foglie a penzoloni dai rami. Si coglie persino lo spessore dei granelli di polvere che leggeri si alzano dal suolo, per fare brevi salti e ricadere subito dopo, poco più in la di dov’erano prima. Questo era ciò che provava anche Anita, che, immersa nell’onda lunga della sofferenza, rimase così tanto incantata dalla trasparenza delle gocce da seguirle con lo sguardo in quel loro scivolare sui fili d’erba per poi, da lì, vederle tuffarsi nel vuoto ed infine schiantarsi a terra. Ammirava segretamente la loro inconsistenza, la loro inconsapevolezza. Questo loro modo d’essere necessarie senza averne coscienza. Amava osservarle morire a terra e poi rinascere in rigagnoli vivaci formati assieme alle altre. Le gocce dimostravano senza saperlo di essere capaci a reinventarsi, ad accettare il cambiamento, a spezzare l’individualità e ricostruirla potenziata, diversa, altro da sé. Anita le invidiava. Anita avrebbe voluto farsi pioggia e scivolare via nella necessità di un destino non scelto.
“Siamo alla resa dei conti. Piove.”
Sussurrò alla propria anima la ragazza, che, immobile, stava rannicchiata ad ascoltare il temporale sotto l’albero di castagno. G. non parlava. Rassegnato all’attesa senza fine che quel mutismo elevava ad unica certezza. Aveva paura del silenzio quanto della risposta che, prima o poi, Anita avrebbe dovuto dargli.

Rosso a metà.

G. giocherellava senza accorgersene con i fili che spuntavano dall’orlo sgualcito della felpa. Li afferrava e li lasciava ricadere. Li tirava o li intrecciava tra loro. Stava seduto, ginocchia al petto e guancia destra appoggiata sopra di esse, fissando immobile il temporale che piano piano andava a spegnersi, oltre le colline accasciate all’orizzonte. Sentiva Anita toccargli la schiena con la sua. Non la vedeva. Ma la immaginava. Gli pareva d’averla di fronte, così, ricurva su se stessa, avvolta nel non detto. Sapeva che stava cercando il modo migliore per giocare ancora. Per indossare quella sua maschera che non poteva non portare. Le era diventata stretta, probabilmente l’aveva in odio ma l’avrebbe messa, anche questa volta.
“Quanto pensi…?”
Disse ad un tratto la ragazza. E G. capì che l’aveva infine infilata, che si era travestita. Ora era pronta.
“Credo una decina, ma non ne sono certo”
Rispose lui, cercando di non tradire l’emozione che scappava dal tremolio della voce.
” Una decina.”
Ripeté Anita,meccanicamente, come se non desse peso alle parole, quasi le avesse pronunciate in sogno, senza accorgersene.
“Ania, mi aspetterai? Ti troverò ancora quando uscirò o faccio meglio a smettere anch’io d’aspettare, da subito?”
G. non aveva resistito, era entrato nel sogno di Anita e l’aveva spezzato. Pretendeva, adesso, una risposta chiara. E Anita allora  estrasse due soli suoni dal cappello. Disse:
“Lo sai.”
Tornò il silenzio, rosicchiato da rumori lontani, sfiorato dai battiti d’ali dei passeri in cerca di pozze piene di pioggia in cui bere. La ragazza aveva abortito quelle due parole e le aveva appoggiate sul piatto della realtà, sembravano vive e vere. Il gioco riusciva, tutto ricominciava a quadrare. Era bastato agitare quei pochi cadaveri di vocali e consonanti e l’incertezza fu spazzata via ed ora potevano di nuovo giocare a quel loro gioco che  chiamavano vita.
L’avrebbe davvero aspettato perché l’aspettava da sempre. Non aveva mai smesso. S’era infilata gli abiti di scena per giocare al gioco dell’attesa ma aveva dimenticato di cambiarsi. La lucidità di alcuni istanti non era stata abbastanza forte da lasciarla nuda completamente, da spezzare la forza del gioco ed esso così ricominciava da capo. Ogni giorno. Ogni momento.
Se avessero voluto avrebbero potuto scendere dentro di loro e trovare il coraggio di spingersi fino sull’orlo del buco nero  ai confini delle proprie anime, ritagliato nella rete del proprio essere. Da lì, calandovicisi dentro, forse, e solo forse, avrebbero goduto dell’oscurità del reale. Ma costava fatica ed il gioco era a portata di mano, caldo, morbido accogliente. Luminoso. Che importava del lungo domani, della mancanza, della solitudine anche quando stavano insieme. Dei silenzi senza fondo in cui cadevano certe sere, del loro accontentarsi di sorridere anche quando avrebbero voluto ridere senza fine e non potevano. Il gioco li aveva incastrati. Erano in un film che avevano scritto loro e la realtà era stata tutta rinchiusa in un’attesa senza fine, annegata nell’ebrezza della noia.
G. chiudeva il cerchio, se ne andava davvero ad aspettare altrove, circondandosi il collo con perle d’illusione e snocciolando fra le dita rosari di pensieri che sarebbero invecchiati male, nell’inganno. Anita… Anita restava fuori, nello spazio dei vivi. Il gioco avrebbe ricominciato per lei a metà e sarebbe sopravvissuto solo nei letti di altri e altre, alimentato dall’eroismo di un sacrificio solo pensato e per cui già abbastanza vero. L’avrebbe atteso, nel regno dei vivi, attraversando le sbarre e i recinti del non-luogo inventato, mitizzato, dove i martiri vengono santificati e ascendono al ruolo d’intoccabili. Tornerà e la troverà allora grande ed invecchiata ma sempre allegra, come solo la sua maschera sa renderla. Tornerà G. e la raccoglierà tra le poesie scritte per altri, per altre, per nessuno. Il gioco allora ricomincerà, si ricomporrà, diventerà di nuovo Uno. E tutto sarà come sempre. E di nuovo staranno nella sala d’attesa di un altro domani. Magari lungo, magari breve. Forse inesistente ma per loro accidentalmente reale.

La tazzina

Alle 5.30 di mattina la sveglia strillò puntuale, sbavando nella stanza il suono pungente e fastidioso del dovere. K. estrasse un braccio da sotto le coperte, lo protese con mestizia verso l’orologio e, con un colpo annoiato ma deciso, azzittì l’urlante apparecchio. Il silenzio poté riprendere così ad orlare i minuti e l’uomo ricominciare a fissare il soffitto, rincorrendo scarni avanzi di sogni.
5.40. Lo squillo atroce riemerse di nuovo prepotente dall’ombra e graffiò con violenza ogni desiderio d’abbandono di K. Questa volta, l’uomo rizzò il busto, sbadigliò sconfitto e senza impegno prese l’orologio tra le mani. Lo ammirò fugacemente, per un breve istante, poi lo spense definitivamente. Era pronto, adesso. Lo era come tutte le altre mattine in cui ripeteva quei gesti sempre identici, quasi fossero segreti passaggi di un rituale magico che lui officiava regolarmente.
K., il santone K., ogni giorno ammutoliva i lamentii metallici degli spiriti, inglobandoli, risucchiando i loro messaggi, digerendo le loro richieste e piegandosi, infine, vinto, alla loro volontà. Volontà che lo costringeva ad alzarsi meccanicamente dal letto, facendogli strappare la propria anima alla dimensione onirica, e lo convinceva a trascinarsi in cucina per trangugiare un caffè. Quella che ferocemente, mentre lui ancora  beveva la nera pozione, lo incalzava affinché imboccasse presto il corridoio verso il bagno e si decidesse ad espellere i rimasugli della notte. Ed era sempre Lei, ancora Lei, che, poi, inarrestabile, determinata, crudele, l’obbligava a lavarsi, asciugarsi e vestirsi prima che il sole sorgesse completamente. La stessa che, infine, lo incitava anche a sputarsi sul marciapiede sotto casa, ogni giorno, tranne il sabato e la domenica, in ogni stagione, ad attendere l’autobus per andare al lavoro.

Alle 5.45 in punto tutto procedeva come al solito. K. era sgusciato fuori dal letto e s’era infilato in cucina. Adesso stava trafficando con la moka. La riempiva con cura ed attenzione di una ben precisa dose di caffè, sempre uguale, aiutandosi con un misurino graduato. Era una persona precisa, K. attenta al particolare, all’inezia. Nella sua vita, nulla che dipendesse da lui era lasciato al caso. Non vi erano cambi repentini d’idea, instabilità o disordine. La sua casa ne era una prova e, in un certo senso, lo rispecchiava. Era piccola, situata in un anonimo palazzo alla periferia di M.. Ordinatissima. Ogni cosa aveva un suo preciso posto, nessuna di esse avrebbe mai potuto concedersi il lusso di stare altrove, di cambiare posizione o vicini di mensola. La polvere non aveva vita lunga nell’appartamento, veniva ogni sera accuratamente soppressa. La si vedeva scappare a destra e sinistra, terrorizzata dal lungo piumino verde smorto che K. brandiva come fosse una terribile arma da guerra. L’arredamento era mediocre, dozzinale. Gli accostamenti di colore tradivano la tendenza di K. al piattume. Era tutto sulla tonalità panna, con piccole variazioni verso il crema chiaro o il giallino pallido pallido. Non vi era nessun soprammobile, cuscino o copridivano che avesse, anche per sbaglio, qualche accenno di rosso, nero, o blu intenso nelle proprie finiture. La brillantezza, l’essere accesi, sgargianti, si sarebbe detto fossero stati messi fuori legge dal padrone di casa.
K. assomigliava molto a questa sua angusta tana. Era un ometto non troppo alto ma nemmeno basso, con pochi e spauriti capelli in testa. Portava un paio di occhialetti rotondi, appoggiati su un naso insignificante. Dietro alle lenti spesse, sbucavano come topi malaticci due occhietti dal colore indefinibile, spenti e minuscoli nel loro essere quasi inutili. Il collo era tozzo e corto, le spalle piccole e spioventi. Le braccia erano molli. Un accenno di pancetta s’andava ad appoggiare su gambe grassoccie, ricoperte di vene violacee che davano un tocco quasi d’allegria a quel corpo cinereo. K. era impiegato presso un noto studio notarile del centro città, da vent’anni ormai. Non si era mai sposato e attualmente non aveva nemmeno uno straccio di relazione. In passato ne aveva avuta qualcuna, certo, ma erano tutte finite velocemente, ingoiate dall’oblio della noia. Adesso era solo e conduceva una vita sommamente ordinaria, scandita dal ritmo di un’abitudinarietà maniacale, scossa solamente, talvolta, dai ritardi dei mezzi pubblici o dalle ore extra che accumulava al lavoro.
La caffettiera gorgogliò distrattamente e sprigionò intorno l’aroma di un caffè malaticcio. K. si avvicinò al fornello, spense la fiamma e prese dal mobiletto sopra al lavello la sua tazzina per la colazione. Era una tazzina ben precisa, bianca, senza personalità. Completamente liscia in ogni sua parte, priva di qualsiasi avvallamento, decoro o particolare che la rendesse speciale. Era orfana: unica sopravvissuta tra quelle di una vecchio servizio da caffè di proprietà della madre di K., scomparsa molti anni prima. Le altre, gemelle di questa, erano infatti andate distrutte quando K. e suo fratello avevano svuotato l’appartamento della defunta genitrice. A K. era rimasta così quella sola in eredità e l’aveva subito eletta a tazzina per la colazione. Un ruolo importante nella vita di quell’uomo. Non l’aveva fatto di sicuro per attaccamento ai ricordi o sentimentalismo ma semplicemente perché era una chicchera abbastanza integra da permettergli di sostituire quella usata fino ad allora, che era logora, ormai irrimediabilmente compromessa dall’usura.
K. appoggiò la sua tazzina sul piattino, vi mise dentro 3 cucchiaini di zucchero bianco, vi rovesciò sopra il caffè bollente e si preparò a pregustare il sapore della ripresa fisica e mentale. Era perfettamente in orario sulla tabella di marcia quand’ecco che, in un lampo, accadde l’imprevedibile. Con un gesto involontario, quasi fosse un raptus inconscio, K., urtò violentemente, nell’atto d’afferrarla, proprio la tazza piena, la quale andò a vomitare tutto il suo contenuto sul pavimento, esplodendo in mille piccoli candidi frammenti. Le schegge di ceramica giacevano adesso nel liquido nero, formando una poltiglia disgustosa e deprimente. K. le fissava attonito, paralizzato dallo sgomento. Era tardi per pulire tutto. Era tardi per preparare un altro caffè e soprattutto per trovare un’altro recipiente idoneo. L’uomo decise quindi, con raccapriccio, di abbandonare sia la speranza di fare colazione sia quella di sistemare il disastro. Corse in bagno, si preparò nervosamente e uscì per andare a lavorare, lasciando tutto com’era.
Il pensiero di quel piccolo cataclisma lo sconvolgeva. L’ossessionò assiduamente in autobus: nella sua testa, durante tutto il tragitto, continuò ad aleggiare costante l’immagine dei piccoli cocci bianchi che annegavano nella scarsa pozza di caffè, sul pavimento. Gli ricordavano quei pesci che, durante le secche, quando il mare in certi posti si ritira, boccheggiano sofferenti sulle rive delle spiagge e vanno incontro ad una morte atroce. K. cercò, con poco successo, di sdrammatizzare, di consolarsi, e per farlo progettò l’acquisto di una nuova tazzina da caffè. Decise che l’avrebbe comprata quel pomeriggio stesso, alle 17.00, come fosse uscito da lavorare.
Finito il proprio turno allo studio notarile, K. afferrò la sua valigetta e si mise quindi a gironzolare per le vie del centro città, scrutando attentamente tutte le vetrine dei negozi di casalinghi che incontrava, alla ricerca della nuova chicchera per la colazione. Ne adocchiò parecchie che, da dietro i vetri, sembravano compatibili con i suoi gusti ma una volta viste da vicino lo deludevano tutte. Alcune perché erano decorate, mentre altre avevano forme strane che lo ripugnavano. Ce n’erano poi di quelle che, apparentemente bianche, avutole poi tra le mani, si rivelavano azzurrine o rosate. Indecenti.
K. era stanco. Ormai erano le 18.30 e lui non aveva ancora trovato la sua futura nuova compagna con cui bere il caffè alla mattina. Si stava quasi rassegnando a sospendere la ricerca, rimandandola all’indomani, sabato, giorno di riposo, quando ad un tratto passò di fronte ad un grande negozio pieno di articoli per la casa. Si fermò incantato davanti alla luccicante vetrina. Era sicuramente una bottega di lusso. Gli oggetti esposti avevano prezzi esosi ed erano molto variopinti, certi addirittura nauseanti, ma l’uomo non poté comunque fare a meno di notare, relegata in un piccolo angolo sulla destra, nascosta dietro a presine e caffettiere di ogni grandezza, una semplice tazzina bianca, priva di qualsiasi orpello inutile, bella e semplice in quel suo candore abbagliante. L’etichetta con il costo era girata al contrario e K. non poteva sapere quanto avrebbe dovuto sborsare per avere quella chiccherina. All’uomo, quindi, non rimaneva che spingersi all’interno del negozio e domandare informazioni riguardo all’oggetto desiderato. Fu allora che, proprio mentre era ormai lì lì per afferrare la maniglia e farsi avanti, i suoi pensieri furono travolti da un frastuono sovrumano di grida e cori, seguiti a ruota da un fitto fumo colorato che andò ad infilarglisi su per le minuscole narici. Istintivamente ed irrazionalmente ritrasse la mano verso di sé e si girò a guardare la strada, dando le spalle alla vetrina della rivendita. Ciò che vide lo terrorizzò. Una massa nera e velocissima, chiassosa e confusionaria, quasi liquida, si stava temibilmente avvicinando a lui di corsa, inseguita da grida di sirene spiegate e colpi simili a quelli di fucile. K. non fece in tempo a riflettere sul da farsi che fu investito subitaneamente da quell’onda nera e senza volto, la quale, come un mostro a più teste, si scagliò in un baleno, ferocemente, contro il negozio di casalinghi alle spalle di K. L’uomo, ormai in preda al panico, si rannicchiò a terra, credendo che fosse giunta la sua ora.
Restò così, appallottolato al suolo, solo per pochi minuti, che a lui parvero secoli, soffocato da urla e grida e rumori di vetri in frantumi. L’aria s’era fatta nel frattempo irrespirabile, gli occhi lacrimavano e il respiro faticava a tenere un ritmo soddisfacente. K., dopo molti ed interminabili attimi, trovò il coraggio di gettare lo sguardo intorno per provare a capire ciò che stava succedendo. Alzò dunque i suoi minuscoli occhietti arrossati e sbirciò la situazione. Davanti a lui vide allora solo uno schieramento di poliziotti in tenuta antisommossa e alcuni vigili del fuoco che stavano tentando di domare le fiamme provenienti da un’automobile parcheggiata poco distante da lì. In lontananza, si sentiva ancora quello spaventoso baccano ma pareva ora fasciato nell’ovatta, e comunque era sicuramente già abbastanza distante da non essere più una minaccia.
K., sentendosi ora al sicuro, si rialzò tremante. Il caos intorno era disarmante, a tratti poetico. L’uomo si sentiva agitato e stanco, sconvolto. Tentò di riprendere un contegno, spolverandosi la giacca e i pantaloni con le mani sudice, poi si voltò verso il negozio di casalinghi, quasi avesse la speranza di carpire da esso un segno, un indizio, che gli permettesse di categorizzare tutta quella brutta esperienza come illusione, incubo ad occhi aperti. Ma non fu così.
La vetrina di destra giaceva a terra in frantumi e con lei tutti gli oggetti che invano avrebbe dovuto proteggere. Quella di sinistra, più piccola, era stata sfregiata da frasi scritte con una bomboletta nera, di cui K. non capiva il senso. L’uomo si fece forza e si avvicinò un po’ di più al negozio per vedere da vicino lo scempio in tutta la sua gravità. Sul tappeto di vetri rotti, notò che vi giaceva semidistrutta anche la tazzina che lui avrebbe voluto acquistare. Si chinò su quell’ammasso di cocci bianchi. Il manico era integro e aveva ancora attaccato il cartellino con il prezzo, K. lo raccolse. Adesso avrebbe saputo quanto gli sarebbe costato portare a casa quella chicchera, se solo si fosse salvata dalla distruzione. La cifra era notevole. E K., pensò che probabilmente, per giustificare un tale valore economico, doveva trattarsi sicuramente di una tazza pregiata, unica, inimitabile. Restò un momento, come sognante, assorto ad accarezzare il frammento superstite; infine, approfittando della confusione, si guardò intorno furtivamente e senza pensarci due volte se lo mise in tasca e si avviò velocemente verso la fermata dell’autobus più vicina.

Abissi

Pensieri rarefatti s’aggiravano smunti tra i corridoi della sua neghittosità. G., sdraiato sul divano, incollato all’impossibilità di sognare, ascoltava distratto il silenzio sciogliersi nel caldo della stanza. L’estate esigeva ormai il suo tributo d’amore e baciava con passione ogni anima, arrogandosi il diritto d’indisporla. Il ragazzo subiva la smania d’affetto della stagione appena riemersa dal freddo inverno ma rimaneva passivo davanti agli assalti dell’afa e dei giochi delle gocce di sudore che esploravano avide il suo corpo, immerso nella luce bianca e piena che avvolgeva il salotto. Nudo, immobile, sospeso, G. non riusciva ad afferrare nemmeno uno dei significati che ondeggiavano nella sua testa. Non sapeva neanche con certezza se avesse davvero voglia di restare a fissare il soffitto o se questa condizione la stesse subendo. Un vago sentore di tristezza lo paralizzava nell’inattività. Aspettava, senza saperlo, qualcosa o qualcuno che lo ricacciasse su quel treno chiamato abisso ove avrebbe riacciuffato i suoi sentimenti, le sue paure e quel bisogno di lottare che lo faceva sentire vivo. Non gli importava di avere troppe cose da fare per permettersi il lusso di restare ad osservare il niente dispiegarsi nel giorno. Non sentiva nemmeno i colpi feroci delle ore che si ripiegano su se stesse per sparire inghiottite dal proprio dovere. Aveva spento la speranza di dare a quella giornata un senso compiuto che non si traducesse nel pisciare, mangiare o innaffiare le piante. Il telefono squillava. Messaggi, inviti, iniziative interessanti a cui partecipare sfilavano sullo schermo, pronti per essere vissuti. I suoi amici lo cercavano, desideravano chiedergli pareri e raccontargli i fatti del giorno. Lui non rispondeva. Lasciava che quei suoni morissero inghiottiti dal suo disinteresse. G. non sapeva più restare sveglio. G. s’era impantanato per seguire da lontano la sua vita senza maschere ed aveva scoperto che non riusciva più a sopportare il tempo lineare, gli attimi che si accalcano uno sopra l’altro per entrare prima alla grande fiera del futuro. Tutto quello che G. stava facendo nella vita non riusciva più a vederlo ammaliante come un tempo. Le situazioni, i discorsi, il lavoro, lo studio gli erano diventati insopportabili. Voleva l’abisso. Desiderava il sottosuolo, come l’avrebbe chiamato un grande scrittore russo. E questo sottosuolo lui lo cercava nell’illusione del nuovo. Nella novità che rimane tale solo fino a quando lui non decideva di annoiarsi di lei e la relegava tra i cimeli di una vita vissuta, nello sgabuzzino dell’anima come fanno i bambini con i giocattoli.
Quel giorno aveva perso infatti l’entusiasmo per quel suo ultimo e recente interesse. Gli succedeva ciclicamente. Era abituato. Probabilmente si sarebbe ripreso più alla svelta se prima di stancarsi di quel nuovo giochino si fosse premunito di averne un altro pronto con cui sostituirlo. Purtroppo, come spesso gli accadeva, aveva sopravvalutato la carica innovativa di quell’incontro e s’era lasciato convincere da sé stesso a dedicargli ogni ritaglio del proprio tempo. Nell’ultimo periodo aveva infatti investito buona parte delle sue ore sgombre da impegni a viversi l’emozione della novità e aveva trascurato di coltivare gli altri svaghi. Ora doveva quindi semplicemente trovare il coraggio di tornare nel mondo reale, indossando di nuovo il velo della normalità. G. l’aveva sempre saputo fare benissimo, questo trucco. Ma ultimamente gli riusciva male. Sentiva che adesso era più difficile controllare e celare la propria dispersione animica. Nascondere i moti interiori, l’ansia del bello, della ricerca che lo spingeva nelle superfici sotterranee da cui traeva l’entusiasmo per riempire il giorno.
Il telefono lanciò un lamento e spezzò di colpo il vuoto intorno.  G. lo colse nel suo intento. Decise di afferrarlo, facendolo riemergere dal grumo di coperte inutili che stavano accasciate ai suoi piedi. Lo tenne un istante tra le mani, come per coccolarlo. Infine, lesse il messaggio. Lo rilesse una seconda volta. Poche parole, nessuna inaspettata, anzi. In fondo non vi era  che immortalata sopra, tradotta in frasi di circostanza, ciò che lui chiamava semplicemente la banalità del mondo intorno.  Neanche stavolta, quindi, G.  ebbe il piacere di  regalarsi l’enfasi dello stupore. Purtroppo aveva questa dote, che era più una condanna, di intuire l’animo degli altri e prevedere esattamente come si sarebbero mossi nel mondo e con lui, se lui li avesse voluti invitare al proprio banchetto; di conseguenza, sarebbe stato assai difficile sconvolgerlo o coglierlo di sorpresa. Del resto, G. era consapevole che  il mutismo lascia sospesi e sorprende solo gli animi meno avvezzi al profondo, quella maggioranza che non ha il coraggio di scoprirsi. Ma lui  non ne faceva parte. Lui sapeva e non aveva bisogno di conferme come ne hanno bisogno gli altri.
Riposò il cellulare al proprio fianco, senza particolare emozione. La sua testa macinava pensieri, scandiva frasi ironiche. G. restò a lungo in ascolto di quei lunghi scoppi di risa interiori che lo invadevano e lo spingevano dritto dentro al cinismo che salva ed assolve. Infine, calò sopra di lui il silenzio abbracciato alla sera ed erano così innamorati da essere capaci di portarsi insieme ai confini del tempo. Lo guardavano con tenerezza, così,  sdraiato sul divano, senza voglie, colonizzato dal proprio mondo sommerso, intento com’era ad  ammirare, non più il soffitto, ma se stesso, aleggiare nell’attesa di un domani identico a quello venuto a trovarlo appena l’altro ieri.

717

                             Senza il suono dei tuoi pensieri

                                             annego

                              In un inferno di silenzi